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Un quarto di secolo

Devo essermi addormentato profondo, ieri sera: avevo bevuto, e la sfrontatezza di certe amiche - l'assenza di gelosia nel gioco che inventammo - han fatto leggero il tempo, e cancellato i sogni. Venti dopo mezzanotte siam crollati, io e loro due, nel campo di battaglia della stanza, e perciò era già il quattordici: il quattordici di agosto del novantasei. Stamattina non c'erano - non le ho sentite andar via - e la stanza era tutta diversa, e tutta diversa la casa, e fuori tutto un altro mondo: un giardino, un orto stento, - io che abito un quarto piano senza ascensore - condòmini differenti, e perfino i miei vestiti là in terra non ricordo di averli mai comprati. Ho messo il naso fuori e mi hanno salutato, come mi conoscessero, e mi han detto che la mia macchina aveva una gomma sgonfia. Quando ho chiesto Qual è? han pensato che fossi matto. Non ho mai avuto una macchina del genere. Sono rientrato e la televisione - una tv piatta, bruttissima, che si regge dritta per miracolo - parlava di politica, e io quei politici non li ho mai sentiti nominare. Una pubblicità mi ha consigliato di scaricare una App: lo farò, appena scopro che diavolo è. A un certo punto è comparso Augias: cazzo, com'è invecchiato. In studio assieme a lui c'era una scrittrice sarda, che non conosco, e si son messi a parlare di fascismo, della eventualità spaventosa che ritorni. In casa, sul tavolo di quello che sembra lo studio, una pila di giornali e riviste che non ho proprio idea di chi li abbia comprati. Meglio non vi dica le date che riportano, o mi consigliereste anche voi il manicomio. Sfogliandoli, con un po' di paura, ho visto che parlavano al passato di Garcia Marquez e di Sebastiano Vassalli, come fossero morti. Ho provato il desiderio di telefonare a Pietro, ma il mio cellulare - sempre che sia il mio - è assurdo, pare una sogliola di metallo; ci ho messo un po' a capire come funziona, ho fatto il numero, che è sempre lo stesso da che sono nato. Pietro aveva una voce da vecchio: stanca, sfiorita, gli ho chiesto come mai non fosse in tabaccheria, non ha capito, la linea è caduta, ho riprovato e dava occupato. Non è Narni, questo posto, e nemmeno la città. Non sono solo: una ragazza grande dorme in una stanza nella parte più fresca di questa casa sconosciuta, che vorrei esplorare con calma. Somiglia ad Ale, ha i suoi zigomi fieri, la sua malinconia. Si vede, anche se ha gli occhi chiusi. L'ho lasciata, Ale, per un altro destino, più mio, non quello che costruiva lei per tutti e due. Non la sento da un mese. Non stiamo più insieme da un anno. In bagno, finalmente, mi vedo. Come sono invecchiato: pure io come Augias. I capelli, così corti non li ho mai portati. E così bianchi nemmeno. Ho certe rughe, certe occhiaie, che sembro un vagabondo, o quel sosia della trilogia di Paul Auster. Sempre che non sia morto anche Paul Auster. Ho sollevato la maglia: ho una cicatrice sulla pancia. Quando mi hanno operato? Di cosa? E infine ho il ricordo vago di un dolore innominabile. E l'illusione di averlo scansato scegliendo un'altra vita.

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