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Far tesoro

Se fossimo fatti di legno e ferro non avremmo di che scrivere perché scrivere è memoria e la memoria è carne e sangue. Ne discende il dolore, da questo piccolo ragionamento, e la sua indispensabilità. Perché è lui il sentimento più stanziale mentre tutti son nomadi: un giorno ci stanno, l'altro no. La sofferenza tempera le matite, e a me ha sempre divertito scrivere a matita su un foglio, possibilmente senza righe, per il gusto di andare storto. Più a matita che a penna, perché mi piace il colore d'autunno che spande a rivoletti sul bianco, mi piace lo struscìo, la punta che s'accorcia, s'acumina, la gomma da mordere all'altro capo. Scrivo sul computer per pigrizia e per condivisione: racconto alla svelta e racconto di più, ma di matite ne ho per farci una guerra; l'ultima, comprata a Recanati.
Cerco di essere grato al dolore, quindi, e non è cosa facile. Ma il dolore scava trincee di memoria che tornano come segni di una guerra che hai prima perso e poi vinto, e sono espedienti narrativi cui non sai rinunciare: troppo invitanti. Scrivere sotto la dettatura di una memoria ferita non è - in tal caso - scriverla tutta intera ma trasfigurata, reinventata; è darle connotati differenti, una voce più erotica, una corporatura meno esile, farcendola di particolari inventati. Si chiama innesto. Mettere la realtà nella bugia e poi provare a fare all'incontrario, per capire se ci viene meglio l'una cosa o l'altra. Io ci provo da anni. Tutte le parole che ho scritto violentandone le intenzioni e piegandole alla mia mi hanno dato ragione, alla fine. Certi amici ci hanno riconosciuto i loro sentimenti, bontà loro. Per cui, se posso osare un consiglio: conserviamo la memoria più che si può, specie dei giorni peggiori. Tanto, più cerchiamo di scacciarla più resta con noi. Ma se ci scendiamo a patti, diverrà nostalgia. Al passato crudele piace essere raccontato, per mostrarsi meno spregevole di quel che è stato.

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