Vorrei fare un esperimento, vorrei portare Fedor Dostoevskij a uno di quei club letterari dove volenterose lettrici di romanzi medi commentano entusiaste il libro del mese e vedere l'effetto che fa. Mettiamo che sia Le notti bianche, niente di troppo impegnativo: mica posso presentarmi con Delitto e castigo, quelle menti semplici potrebbero collassare. Lo lascerei con noncuranza sopra un tavolo in ombra, in un angolo della stanza, poi mi metterei ad ascoltare, rapito, gli strabilianti aggettivi spesi per un titolo qualunque della Gamberale: eccezionale, grandioso, fantastico, meraviglioso. Le volonterose, entusiaste lettrici di romanzi medi non brillano per originalità attributive. Mentre siamo lì, il romanzo del tenero sognatore senza nome e di Nastenka comincerebbe a vibrare come un cellulare. La copertina si accenderebbe e quella fortunata ragazza che sta dentro alla storia - fortunata perché amata da due uomini di carattere opposto - uscirebbe fuori dalle pagine e non vista si ...
"Lei che è uno scrittore, la ascolterebbe una buona storia?" La domanda mi arriva a bruciapelo, mentre sto per andarmene alla fine del ricevimento genitori. Sono quasi le otto di sera, è il 17 novembre del 2014. A rivolgermela, un poco brutalmente, è il padre di una mia allieva del quinto, dopo che gli ho rivelato che la ragazza è in gamba ma potrebbe fare di più. Avrò dato quel giudizio duemila volte, è il massimo del tatto di cui sono capace quando i miei studenti sono degli scansafatiche. Mi sento a pezzi, non vedo l'ora di tornare da mia figlia ma una buona storia è una prospettiva troppo allettante perché io possa tradirla. Ci sediamo sui banchi, lui premette che quella storia ce l'ha dentro da venticinque anni, un groppo in gola che non passa. "Perché si è deciso a tirarla fuori adesso?", gli domando. "Perché mia figlia ha portato a casa un suo romanzo, prof: credo che lei abbia la sensibilità giusta". E allora mi racconta di quando era ragaz...