Quando studiavo mio padre mi chiamava Giacomino, perché come Leopardi ero capace di star delle ore piegato sui libri senza alzare la testa neanche per guardare il cielo. Però, come è spesso accaduto, lui si ingannava, perché quel rigore non era la regola ma l'eccezione. A esser sincero mi distraevo con estrema facilità, accendevo la radio e immaginavo che lavorarci dentro sarebbe stato grandioso, e poi mi affacciavo alla finestra e sotto passavano, sospinti dal vento, una volta una ragazza dagli occhi tristi, un'altra un amico perduto, una terza, tutti insieme, un regolo, un gatto arancione e una lettera d'amore che non avevo mandato io. Così forse son diventato scrittore, senza immaginare quanto sarei stato triste e allegro nella medesima circostanza. Il tempo allora sembrava un pachiderma, si muoveva con lentezza esasperante, le stagioni erano lunghissime, il mio corpo cambiava impercettibilmente: ero sicuro che la vita mi sarebbe parsa un viaggio infinito. Potessi rallen...
Il mio amico Achille, storico vicino di casa che al contrario di me ha sempre abitato in via della Pigna, ogni mattina alle sette tira su la saracinesca del suo garage, fa uscire la macchina e poi riabbassa la saracinesca. Stamattina ho assistito alle sue manovre, rientravo da una notte insonne, con la band abbiamo suonato in un club di Viterbo e poi siamo andati a cena al mare. Mi ha salutato freddamente, del resto ci siamo persi di vista, io sono un girovago, al contrario di lui. Non avevo ancora voglia di andare a dormire e così mi sono fermato a guardarlo. Col motore in folle ha spinto il pulsante e la saracinesca ha preso a scendere. Lentamente, molto lentamente. Sembrava procedesse a un centimetro l'ora. Non che sono stato delle ore a guardarlo, non come il signor Palomar quando osserva le onde, ma insomma, se avessi moltiplicato per tre e quattordici i minuti in cui sono rimasto a fissare la scena avrebbe dato quel risultato lì: infinito. Nel frattempo, su in alto, in cielo,...