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Giacomino

Quando studiavo mio padre mi chiamava Giacomino, perché come Leopardi ero capace di star delle ore piegato sui libri senza alzare la testa neanche per guardare il cielo. Però, come è spesso accaduto, lui si ingannava, perché quel rigore non era la regola ma l'eccezione. A esser sincero mi distraevo con estrema facilità, accendevo la radio e immaginavo che lavorarci dentro sarebbe stato grandioso, e poi mi affacciavo alla finestra e sotto passavano, sospinti dal vento, una volta una ragazza dagli occhi tristi, un'altra un amico perduto, una terza, tutti insieme, un regolo, un gatto arancione e una lettera d'amore che non avevo mandato io. Così forse son diventato scrittore, senza immaginare quanto sarei stato triste e allegro nella medesima circostanza. Il tempo allora sembrava un pachiderma, si muoveva con lentezza esasperante, le stagioni erano lunghissime, il mio corpo cambiava impercettibilmente: ero sicuro che la vita mi sarebbe parsa un viaggio infinito. Potessi rallen...
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Fata Morgana

Il mio amico Achille, storico vicino di casa che al contrario di me ha sempre abitato in via della Pigna, ogni mattina alle sette tira su la saracinesca del suo garage, fa uscire la macchina e poi riabbassa la saracinesca. Stamattina ho assistito alle sue manovre, rientravo da una notte insonne, con la band abbiamo suonato in un club di Viterbo e poi siamo andati a cena al mare. Mi ha salutato freddamente, del resto ci siamo persi di vista, io sono un girovago, al contrario di lui. Non avevo ancora voglia di andare a dormire e così mi sono fermato a guardarlo. Col motore in folle ha spinto il pulsante e la saracinesca ha preso a scendere. Lentamente, molto lentamente. Sembrava procedesse a un centimetro l'ora. Non che sono stato delle ore a guardarlo, non come il signor Palomar quando osserva le onde, ma insomma, se avessi moltiplicato per tre e quattordici i minuti in cui sono rimasto a fissare la scena avrebbe dato quel risultato lì: infinito. Nel frattempo, su in alto, in cielo,...

Dorothy stanca d'amore

Vado al mare per il mio compleanno e Dorothy è lì, ad aspettarmi. Cammina su e giù per questa spiaggia muta, alloggia in questo albergo vuoto, gira in bici per le vie deserte del centro ormai da quindici anni, da quando l'ho messa al mondo. Mi vede e mi viene incontro, Non ci speravo più - dice; mi abbraccia, il vento le muove a capriccio quegli strepitosi capelli rossi, le gambe snelle e nervose sono nude, in barba al freddo. Ti devo raccontare un po' di faccende arretrate - le rispondo. Ci piazziamo sul muretto dove fumarono uno spinello lei e Edoardo, Non ti passa un anno, se posso permettermi - le dico, e lei Puoi, certo che puoi. Comincia lei a parlare. Confessa che suo marito è ancora uccel di bosco, Potevi farmelo rincontrare, così da poterlo lasciare stavolta io con un palmo di naso e fargli provare tutto il senso dell'abbandono. Non ho scritto più niente di voi - le confesso - non ho scritto il seguito, ho scritto altre cose, aggrovigliate come gomitoli. E Alessand...

Il bene incurabile

Una domenica come tante, di dieci o dodici anni fa, conobbi una donna in un caffè. Ero a Roma, alla fiera Più Libri Più Liberi, e dopo una presentazione piena di gente - la mia prima volta davanti a più di duecento persone - uscii dal centro congressi per provare a fare ordine fra tutte quelle emozioni. Attraversai viale Europa ed entrai al Caffè Valentini. Al banco c'erano sgabelli rotondi, quasi tutti vuoti, dal soffitto pioveva una luce azzurra, una musica lounge ricomponeva i tumulti dell'anima. Ordinai un orzo macchiato, una fetta di torta alla crema, e mi sedetti a un tavolo d'angolo. Davanti a me una donna di quarant'anni - bella oltre ogni immaginazione - sollevò lo sguardo dal suo tè e prese a fissarmi. Cercai di darmi un tono ma è una delle cose che so fare peggio, e forse mi resi ridicolo. Allora provai a guardare altrove ma i suoi occhi mi penetravano, era una specie di richiesta erotica di attenzioni, un preliminare. Solo che al contrario dei preliminari d...

Libero e felice

La strada seguiva docilmente il litorale, lo ricalcava come un pennarello, era settembre, io avevo vent'anni, fu il primo viaggio in macchina da solo. Non dissi a nessuno che partivo, perché non potessero immaginarmi in nessun posto: solo in questo modo ci si fa dimenticare. Presi la Golf di papà e via, fregandomene delle conseguenze. Ci sono azioni così, scellerate e necessarie, e se non le compi a vent'anni, quando più? Scesi verso Viterbo, poi Tuscania, poi Tarquinia, in un viaggio che avrei rifatto assieme a te, ragazza innamorata, ogni due di aprile, solo che non lo sapevo, e tutta la storia era ancora da scrivere. Con una spina di ansietta in corpo - i colpi di testa la danno - a metà percorso misi il nastro del Concerto al Central Park e Simon & Garfunkel mi catapultarono a Manhattan, e poi, di canzone in canzone, sulla costa franosa della California, nei drive in a cielo spalancato dei tempi del Vietnam, alle adunate antirazziste con Martin Luther King, nei film di ...

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...

Borghesia fottuta

Insomma a un certo punto a Ben viene regalata una muta da sub e i genitori lo costringono a provarla nella piscina di famiglia, davanti a tutti gli amici schierati. Succede a pagina 47 de Il laureato, romanzo di Charles Webb da cui Mike Nichols trasse nel '67 quel film strafamoso con Dustin Hoffmann. L'ho letto tutto stanotte, tra Natale e santo Stefano, non avevo sonno e non avevo nessuno con cui scambiare quattro parole d'amore. Non lo avevo mai letto, pur avendo visto il film un sacco di volte, sempre in compagnia. Se vai alla ciccia della storia, che è quello che tento sempre di fare, ci trovi la rappresentazione perfino teatrale della borghesia, sia maledetta lei e chi l'ha inventata. Lo so che è stata un'evoluzione naturale della società europea, una decina di secoli or sono, ma qualche volta mi ritrovo a immaginare come sarebbe oggi il mondo se all'uomo non gli fosse venuta l'idea di crearsi il lavoro da sé, di inventarsi un mestiere e di sperimentare...