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Godiamoci lo spettacolo

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E se parlassimo di cinema? E se parlassimo dei miei gusti strambi e dissennati in fatto di attori? Che diavolo di scrittore sarei se avessi un debole per quelli per cui tutti ce l'hanno? No, invece. Ci pensavo ieri sera, nella pancia di una domenica di collina stanca e snuvolata, che m'era preso l'estro di catalogare i dvd, ordinarli per devozione. Spolverarli, perfino. E ho fatto a mente - così, per puro gesto infantile - una classifica di ricordi di facce, quelle che erano giovani quand'ero ragazzino e che sono invecchiate o morte ora che invecchio pure io, ché per un certo tratto non lo facevo e adesso - ahimé - ho incominciato. Gli attori che guardo più volentieri sono quelli che mi paiono parenti, tanto che non mi stupirei di vedermeli camminare per casa, aprire il frigo in cerca di una coca, così che quando alcuni di loro muoiono è come se fosse morto un cugino. Ma quando muore un attore soffro di più. Ho fatto le eliminatorie: ottavi, quarti di finale. In semifi…

Leggera

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Del mare mi piace che mi manca, quando ne sono lontano. E mi mancano le stagioni che rievoca, e le scritture che - spavaldo - ha congiurato ai miei danni e alla mia fortuna. Non c'è nessun mare futuro che mi piaccia più di quelli passati, perché ogni volta io al mare citorno, mica ci vado: è un viaggio all'indietro, un ringiovanire. Torno sui contrafforti del tempo, calpesto l'asfalto di via delle Ancore -  dove Gastone parcheggiava la Volkswagen - e sbircio di là dal cancello la facciata chiusa. Ètutto morto, come sembra, eppure in me sussulta e grida, suona le canzoni dei vent'anni e accende le luci blu del luna park. Di questo lieto tormento amo l'arrivare e il ripartire, sistemare i panni leggeri negli armadi da poco, proporre un giro di perlustrazione sulla spiaggia - prima di cena e dopo aver fatto l'amore. Chiedere in reception il numero del nostro ombrellone e ogni volta, per tutta la settimana,  sbagliarsi, non ricordarlo, non ritrovarlo e passare oltr…

Le nostalgie

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Vorrei arrampicarmi su una Meteora - dove stanno quei monasteri greci costruiti sulle falesie, tra le nuvole - e da lì guardare la vita che rimpiccolita - sotto - dilaga. Ci si arriva solo in cesti come da bucato, legati a una corda e a un argano, e lassù non ci sono donne. Così, senza distrazioni, potrei ricominciare a domandarmi il perché di certe cose. E avrei attorno il silenzio necessario - universale - per ascoltare le risposte. Più di una settimana non resisterei, per via che non sono abbastanza puro per contentarmi dell'essenziale. Tuttavia. Tuttavia metterei a fuoco - può darsi - i motivi della mia scrittura, questa tensione che mi istiga a strizzare parole per farne uscire storie decenti; e darei una spiegazione agli addii, al tempo che non si ferma. Perché una cosa è legata all'altra, mi ci gioco la testa, e non avrei nulla da raccontare né commetterei il peccato di farlo se non avessi piaghe che stentano a cauterizzare. La balorda tristezza, la malinconia, ci affin…

Troppo umani

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Aspettava che Elio gli desse il permesso, guaendo rispettosamente per l'impazienza. Il padrone lo guardava ciglioso, lui abbassava gli occhi e la coda, mortificato. Poi l'uomo diceva Ti va proprio? E allora va bene!  e il cane si avventava contro il pezzo di cono appena sporco di nocciola che io gli avevo messo accanto, e se lo sgranocchiava tutto felice. Succedeva sul palco di un'estate antica - al tempo dei miei tredici anni - che giocavo a innamorarmi d'un amore esatto, l'unico casto della mia vita. L'uomo era un severo signore dalla barba medievale - e infatti sfilava fiero dentro al corteo storico con l'elmo in mano, e la cotta di ferro, - bello come un attore, scapolo, smadonnatore seriale, integro nonostante si vociferasse puttaniere, taciturnissimo - e appunto parlava solo per imprecare, che io ricordi. Se all'epoca Clint Eastwood fosse stato già vecchio, avrei detto che erano due gocce d'acqua, e forse davvero ora lui è Clint, …

Un gesto di libertà

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Per fare la rivoluzione bisogna essere in tanti, ma il bello delle rivoluzioni serie è che ognuno dei tanti vale uno, e vota, e decide al pari degli altri. Così succede da qualche tempo in editoria, campo nel quale una buona parte dei libri pubblicati non hanno mercato, non vendono e quindi non li legge nessuno. Per il semplice fatto che i lettori - nell'editoria tradizionale -  arrivano alla fine della filiera produttiva. Quindi sono clienti la cui opinione, i cui gusti, sono influenzati più che rispettati. Il che scoraggia una bella schiera di appassionati veri. Ho pubblicato in questo modo per anni, e ho pur avuto le mie soddisfazioni, come molti amici sanno. A un certo punto mi sono posto però il problema della mutazione, ho avvertito la necessità di cambiar pelle. Soprattutto da lettore, prima che da scrittore. Mi sono accorto che mi sarebbe piaciuto poter sbirciare i libri prima che venissero pubblicati, leggerne un paio di capitoli, e decidere se dar loro fiducia oppure no.…

Narrativa disegnata

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C'è insomma questa gestione del tempo, che è da considerare ogni volta. Il tempo di lettura di qualcosa: libro, fumetto, giornale. E non è un tempo che le possiamo dare noi - ai miei corsi di scrittura lo ripeto appena è il caso - ma è un tempo che sta dentro alla sceneggiatura, al pezzo, alla tavola, una cadenza che gli inietta l'autore. Perché l'autore sa come devi camminarci, per goderti le parole e per capire quel che loro ti raccontano: a volte accelera e tu devi corrergli appresso; a volte rallenta, e allora anche te è bene che vai piano. Ne ho avuto conferma leggendo un nuovo fumetto, cui sarò fedele ogni mese. Si chiama Mercurio Loi (Sergio Bonelli Editore), è a colori, è ambientato a Roma. Ma due secoli fa. Me lo sono assaporato lentamente, perché la lentezza è il ritmo - il tempo, appunto - che gli ha dato il suo autore: Alessandro Bilotta. Ad andar di corsa avrei mortificato la densità dei dialoghi, l'ironia che qua e là esplode, il giocare al gatto col topo…

Non urlarmi negli occhi

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Il cielo in città pesa di più. E passano uomini curvi come punti interrogativi, e camminando si guardano le scarpe e calcolano il rischio di andare. Che è spaventevole, ma loro lo beffano col moto perpetuo, e giocano a essere fuori dal tempo - dalla tecnologia - e brandiscono cellulari antidiluviani con le mani grosse. Vanno a genio solo a se stessi, e a certi amori sfollati cui vorrebbero portare rose vecchie,  sfiorite. Io uno ne ho visto, di costoro, non più tardi di ieri l'altro. Pioveva, e teneva pure lui la testa china, e ha preso a un certo canto per la periferia dove il fiume si colora di acque reflue, e sul greto di incauti pescatori. L'ho immaginato inzuppato di memoria, solleticato da ragni sulla schiena, in una notte perenne che magari, al contrario, ai suoi sensi è primavera, scostato di un passo dalla necessità di essere normale. Un uomo secco, dalla barba di spini, che esiste appena appena sopra, o di lato, o di spalle a noialtri tutti; e ostinato di una determi…