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Retrobottega

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Quando io parlo parlo in greco. Quando io scrivo scrivo in greco. Quando gesticolo, quando cammino, quando invento, quando sperimento, gesticolo, cammino, invento, sperimento, in greco. Perfino quando sto zitto, sto zitto in greco. Nelle vene mi scorre il sangue di Salamina, nelle orecchie i suoi urli di battaglia; sotto le mie scarpe dorme la polvere del monte Athos -  sotto i piedi dolgono le aguzzità - tentando in cima gli asceti misogini, per saperne la pazienza; il vento delle Termopili mi arruffa i capelli, se sto dritto a guardare il mare pur da un altro promontorio: la posa è la stessa, l'attesa dell'ultima alba uguale, il coraggio a vivere coerente. Ogni pensiero, ogni risoluzione, vengono da quel passato, o sarei immobile, diseredato. Così la bellezza femminile: piena e rotonda, altrimenti non c'è. Vado ai matti per la ragazza dal ventre molle, lievemente pingue, maniglia cui appendersi mentre le sto dietro, come Adone - sebbene io di tratti meno graziosi - ad Af…

Dracula

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Non scrivo mai e nemmeno leggo con la musica sotto ma oggi sì, perché mancano sei giorni al debutto e sto nuotando in mare aperto, nella sua poetica, nel suo modo di cantare, di riempire di voce le parole, e poi Canzone per Sergio è il retro del primo 45 giri che mi comprò mio padre. Il primo e l'ultimo, che mi ricordi. Ma faccio anche altro, che diamine, in questi giorni di sogni fitti dopo dense fatiche, di volti che si riaffacciano a nominarli in preghiera, di prove di snuvolamento, di viaggi a conoscere nuova umanità. Mi han dettoÈ affascinante questa tua svagatezza, ma cerco di non approfittarne, salvo quando proprio non posso farne a meno, come stamattina che avevo le mani impicciate di buste di mele, farro e latte fresco e sono andato a fare shopping - come faccio solo quando l'armadio sta per morire di inedia - e al momento di pagare ho posato tutto sopra il tavolo, e la cassiera mi ha guardato e compatito. Poi non trovavo il bancomat, la signora ha osservato Io sarei …

La maledizione

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Mi aspettava da un bel po' dietro la porta di vetro, ci giurerei - tipo dal tempo in cui trovavi ancora in commercio le stecche del Carrarmato Perugina, - le pagine stanche di star immacolate, attaccate l'una all'altra, e disperate per non esser mai lette, e frustrate. Così l'ho pescato e aperto - stava dietro una fila di biglietti d'auguri spiritosi - e ha respirato; ha fatto un lieve sbuffo di stantìo, di polverume antico, uno scricchiolìo di artrite, e allora ho immaginato la sua vita, il tragitto dalla stamperia alla scatola, dalla scatola al camion, dal camion al distributore, dal distributore a questa cartoleria romantica, dove l'ho tratto in salvo. Emma, di Jane Austen. Mi aspettava perché ogni copia non letta di qualunque libro è come ogni persona non amata: inutile; e perché sapeva che oggi a quest'ora, in un crocevia di destini che mi hanno traslocato in collina, sarei arrivato a innamorarmene. Lo sapeva da quand'ero ragazzo, e prima ancora ba…

La variabile umana

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Ho visto finalmente Sully, film di Clint Eastwood con Tom Hanks sulla vicenda, vera, di un pilota di linea, Chesley Sully Sullenberger, che nel 2009 compì un ammaraggio di emergenza sul fiume Hudson, salvando la vita a tutti i 155 passeggeri del suo aereo dopo che i motori erano andati in avaria per lo scontro in volo con uno stormo di uccelli. E l'ho guardato tramite la lente della mia deformazione professionale, cercando cioè il senso della storia, il motivo per cui Eastwood ha voluto raccontarla. E il motivo per cui raccontiamo una storia - spiego sempre, umilmente, ai miei corsisti: cinema o letteratura fa lo stesso - è la ragione primitiva per cui lo facciamo, e per cui raccontiamo proprio quella avventura e non un'altra. Detto questo, ci ho messo un po' a capire perché Eastwood, a 86 anni suonati, sì è preso la briga di girare un film così impegnativo, forse il più spettacolare della sua carriera. Ci ho messo un po' perché il senso si svela alla fine, quando Sull…

Nemici placati

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Scendo in paese al crepuscolo, come un signore d'altri tempi: con tutta la calma del mondo; o uno scrittore, dal suo ripostiglio in mezzo agli alberi. Vado a comprare Julia di febbraio col ritardo esistenziale dell'artista, perché è il primo di marzo e domani esce il nuovo: stasera o non l'avrei più trovato. Mi piace arrivare in extremis sulle cose ma in tempo per goderne, mettergli il sale sulla coda prima che sia tardi. Così con le persone che amo - che amo dopo che per prime lo han fatto loro;  coi posti che voglio vedere da una vita - come New York -  e che una buona volta, da vecchio, vedrò; con le cose che scrivo - che cucio al buio dopo averci ragionato a giorno, un attimo prima che diventino libro. Ecco, per esempio, oggi: i giardini si preparavano per la notte - tra le gomme di camion delle altalene, i gridi dei ragazzi e i loro corteggiamenti, come stambecchi, e le nuvole sopra, a foggia di pigiama. E ho provato il sentimento di chi arriva appena in tempo. Per fa…

La scoperta di dio

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Casa nasconde ma non ruba, sentenziavano alle mie orecchie ragazzine gli adulti, nell'adolescenza ingabbiata che avevo. E io che pensavo lo faceva però troppo bene - casa - quel sottrarre oggetti, tanto che non vedevo la differenza tra la mia dabbenaggine e un furto con destrezza. Oggi uguale: sono tre giorni che non trovo gli occhiali da sole, quindici che non ho nuove di certe scarpe, due mesi del byte dentale. Ogni sparizione oltre che un mistero è una grana perché mi sconfina nel passato, alla memoria dell'ultima volta che ho usato, avvistato, quel che ho perso. Come se non facessi già fin troppa ginnastica dei ricordi. Nel passato - ve l'ho mai detto? - abitano persone che mi sono accorto di amare dopo che sono morte. E questo è un altro smarrimento: magari sono sempre nella stanza accanto alla mia, loro in anticipo e io in ritardo, ed è un rincorrersi comico, e mi sorridono mentre dormo, e mi chiamano con voce spenta e ogni volta è un prurito di nuca. Certe disperazi…

Mi porterò

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La magnificenza della stagione di mezzo ogni volta mi rapisce il cuore, e chiede un riscatto: che io la scriva. Così oggi, che ho salito a mezza via la boscaglia attorno casa e a uno slargo ho visto la primavera, perché gli scrittori vedono le cose in anticipo, è un fardello e un privilegio. Stava arrampicata in cielo, intinta nelle nuvole enfie di fuoco; dispersa nell'aria, tra gli ulivi giovani, al di là di un cancello divelto. Ogni foglia sembrava l'avessero bagnata d'argento, come ai tempi in cui consegnavo a mia madre le palme benedette, dalla messa. E quella contentezza me ne ha slargate altre, lontane, che porterò via con me, quando sarà il tempo. Perché partire da solo non mi va: il viaggio non ha senso in sé - come dicono. Ha senso se certe tenerezze ti accompagnano. Ecco allora Gino che sale su per via Vittorio Emanuele col primo gelato dell'anno - un'altra primavera, scoscesa d'anni, e regale. Ecco i tamburi della festa, e le fiaccole, la resina che…