A quindici anni avevo una fidanzata al giorno, tutte immaginarie, tutte con facce diverse e lo stesso nome. Ero forte e inconsistente, le mie idee erano tre o quattro in tutto, non sapevo niente di niente, vivevo di puro istinto. Probabilmente hanno ragione quelli che dicono che a quindici anni sei come un animale da addomesticare, eppure in certe circostanze sono stato felice. La prima volta che è successo, per esempio, me la ricordo. C'era una festa in campagna, in un prato, sotto un grappolo di luci colorate appese tra i rami degli alberi. Capitò che Pietro mi permise di andarci, nonostante fosse lontano e dovessero accompagnarmi in macchina certi amici più grandi. La cena cominciava alle otto, l'orario in cui di solito dovevo rincasare. Eravamo una decina, mi accolsero come avessi la loro età, mangiammo e poi ci mettemmo in circolo a fumare. Io guardavo soltanto, respiravo le sigarette degli altri. A un tratto verso mezzanotte mi colse una sensazione di felicità mai provata prima, assieme al sospetto che la vita era anche quella cosa là, quello starsene leggeri a fumare e a guardare la notte senza per forza dover ogni volta competere con qualcuno. Una ragazza dagli occhi dipinti mi prese la mano e cominciò a leggerla, e rivelò che la donna che avrei sposato sarebbe stata contenta di aver sposato un artista. Dalla casa colonica lì accanto uscivano ancora vassoi di dolci, biscotti e liquori, e io bevvi sul serio per la prima volta, e dopo mi sentii inaffidabile, come dovrebbero essere sempre tutte le persone oneste. Misero dischi di gente che non conoscevo, musicisti inglesi e americani che a sentir quello che suonavano dovevano avere una considerazione più universale del genere umano, perché le loro canzoni erano per tutti, non dividevano la gente in steccati: erano suoni che corteggiavano chiunque avesse buone orecchie e un discreto senso del ritmo. Ballai impacciato con la chiromante, lei rise teneramente e poi in disparte dagli altri mi baciò, ma una volta sola, poi si staccò da me e corse via. Me ne innamorai come può innamorarsi un bambino: per sempre. Alla fine mi riportarono a casa, e la mutazione era cominciata. Erano le quattro del mattino, mi aspettavo che mio padre si inalberasse, invece dormiva beato e la mattina dopo non mi chiese niente, solo se ero stato bene, e quando gli dissi di sì se ne compiacque.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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