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Invisibile

Questo mio amico che adesso si è fermato ha viaggiato per il mondo tutta la vita. Deserti, città che io ho attraversato solo con la fantasia, lui li ha visti, calpestati, e a ogni ritorno me li ha raccontati: non per vanto, ma pensando che tornassero utili al mio mestiere di narratore. È stato quattordici volte in Africa, quasi altrettante in Sudamerica, tre volte a New York - dove amò una donna creola che per poco non lo convinse a sposarla - e pure l'Europa l'ha esplorata palmo a palmo, per la mia invidia malcelata. Poi ha come deciso che s'era sbagliato a essere per tanto tempo così irrequieto, mi ha detto che è stato un fraintendimento tutta quella smania di alberghi, aeroplani e fusi orari. E che il suo grande sogno era quello di stare fermo in un punto, lavorare dentro un recinto stretto, non indagare il mondo, guardare gli uomini senza la pretesa di capirli. Così ho pensato che stesse mentendo: a se stesso prima che a me. Poi ho visto che gli occhi, i gesti, andavano dietro alle parole, le scortavano, e quando racconti frottole non succede: gli occhi, i gesti, creano dissonanze, al cospetto delle bugie. Ha scoperto che in un palazzo a un paio di isolati da casa sua cercavano un portiere, che quello vecchio era morto dopo una vita passata nel suo bugigattolo, felice e in disparte. Deve aver pensato che non era troppo tardi per invertire la rotta, per diventare - nel tempo che gli resta da vivere - una specie di suppellettile, un gancio dietro la porta, un animale cui nessuno chiederà mai conto delle esperienze fatte. "A dispetto di quello che puoi pensare - mi ha detto - non ho tratto nessun insegnamento da tutte le mie vacanze: ogni volta sono tornato uguale a come ero partito, lo stesso orizzonte limitato, le medesime idee stentate". Magari ora scoprirà se a non voler capire gli uomini - e ad essere invisibile, inattaccabile dal male che fanno -  si riesce per paradosso a interpretarli almeno un po'.

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