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Per sempre

Prima di addormentarmi raduno le idee leggere, quelle che il giorno son scappate sulle colline, allegre come sono e piene di vento. Le raduno e spero che una di loro resti tutta la notte, al contrario di certe amiche che vanno via quando l'alba è ancora lontana, lasciandomi stordito di nostalgia. Capita però che una fantasia asprigna si intrufoli tra quelle soavi, le contamini, è successo stanotte, non ho saputo difendermi. La memoria è un film di un milione di giorni e quel giorno di stanotte è una sera d'estate, verso le nove, e perdonatemi se qui il racconto diventa farraginoso, e il tempo uno scioglilingua. Viaggiavamo, io Alessandra e Susanna - che era piccola e stava sdraiata nel sedile di dietro - da Narni verso la città, nella Opel blu che all'epoca aveva fatto appena duemila chilometri. Guidavo piano, come in quella canzone di Concato, e tutto sembrava destinato a durare per sempre. Nostra figlia cantava una canzone di Pacifico, poi la voce le si invischiò di sonno, smise anche di sillabare e si addormentò. Presi la mano di mia moglie, la tenni per un po', lei sorrise, tra le ombre la intuii felice. Nel cielo, sopra la cresta del Terminillo, passò un satellite, sperai fosse un'astronave, per parlarne e riderne sottovoce fino a che non fossimo a casa. Quella vita quieta mi piaceva, faceva di me un ragazzo senza grilli per la testa. Qualche volta - dal momento che l'uomo è scontento - mi assaliva un qualche tipo di noia, una smania indecisa, però l'ordine era più attraente di qualsiasi tentazione d'anarchia e perfino quando un'amica mi invitò a un concerto - con un intenzione forse sottostante - le dissi di no. A rivedere tutto stanotte ho ripensato a quanta distanza esiste tra ciò che sembra e ciò che è, e a quanto quel che sembra sia sostanzialmente un inganno. Alla fine mi sono affacciato alla finestra, in ciabatte. Nel cielo passava un satellite, indifferente nella sua gittata eterna. Forse lo stesso di tanti anni fa. 

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