Il mio amico Achille, storico vicino di casa che al contrario di me ha sempre abitato in via della Pigna, ogni mattina alle sette tira su la saracinesca del suo garage, fa uscire la macchina e poi riabbassa la saracinesca. Stamattina ho assistito alle sue manovre, rientravo da una notte insonne, con la band abbiamo suonato in un club di Viterbo e poi siamo andati a cena al mare. Mi ha salutato freddamente, del resto ci siamo persi di vista, io sono un girovago, al contrario di lui. Non avevo ancora voglia di andare a dormire e così mi sono fermato a guardarlo. Col motore in folle ha spinto il pulsante e la saracinesca ha preso a scendere. Lentamente, molto lentamente. Sembrava procedesse a un centimetro l'ora. Non che sono stato delle ore a guardarlo, non come il signor Palomar quando osserva le onde, ma insomma, se avessi moltiplicato per tre e quattordici i minuti in cui sono rimasto a fissare la scena avrebbe dato quel risultato lì: infinito. Nel frattempo, su in alto, in cielo, cambiavano le stagioni, l'inverno ha lasciato il posto alla primavera, gli storni sono tornati a devastare le città, i dinosauri han ricominciato a farsi vivi, la mia squadra ha vinto due Champions, sono invecchiato, morto e rinato, e sono stato risarcito di tutto il dolore con moneta sonante, da spendere però solo ai luna park. Durante tutto quel tempo sconclusionato, la saracinesca scendeva con la lentezza di un uomo che cerca l'amore, ma senza fretta. Anche lui, Achille, io l'ho visto invecchiare, ammalarsi, piagare le ossa, dissolversi in polvere e dalla polvere rinascere, e capire un po' meglio la vita, e per questo apprezzarla un'oncia in più, pur ritenendo ancora e sempre abissale il suo mistero. C'era insomma questa fata Morgana, stamattina, che mi è balenata agli occhi in quella striscia di strada, come dicono accada nel deserto quando le carovane tuareg sembrano dietro una duna e invece è solo una speranza che inganna gli occhi, ammalando il cuore. Poi sono finalmente andato a dormire, e non so dire se Achille ha portato a termine l'impresa di veder scendere fino a terra la porta del suo garage. Per come la vedo io, è improbabile.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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