Il mio amico Achille, storico vicino di casa che al contrario di me ha sempre abitato in via della Pigna, ogni mattina alle sette tira su la saracinesca del suo garage, fa uscire la macchina e poi riabbassa la saracinesca. Stamattina ho assistito alle sue manovre, rientravo da una notte insonne, con la band abbiamo suonato in un club di Viterbo e poi siamo andati a cena al mare. Mi ha salutato freddamente, del resto ci siamo persi di vista, io sono un girovago, al contrario di lui. Non avevo ancora voglia di andare a dormire e così mi sono fermato a guardarlo. Col motore in folle ha spinto il pulsante e la saracinesca ha preso a scendere. Lentamente, molto lentamente. Sembrava procedesse a un centimetro l'ora. Non che sono stato delle ore a guardarlo, non come il signor Palomar quando osserva le onde, ma insomma, se avessi moltiplicato per tre e quattordici i minuti in cui sono rimasto a fissare la scena avrebbe dato quel risultato lì: infinito. Nel frattempo, su in alto, in cielo, cambiavano le stagioni, l'inverno ha lasciato il posto alla primavera, gli storni sono tornati a devastare le città, i dinosauri han ricominciato a farsi vivi, la mia squadra ha vinto due Champions, sono invecchiato, morto e rinato, e sono stato risarcito di tutto il dolore con moneta sonante, da spendere però solo ai luna park. Durante tutto quel tempo sconclusionato, la saracinesca scendeva con la lentezza di un uomo che cerca l'amore, ma senza fretta. Anche lui, Achille, io l'ho visto invecchiare, ammalarsi, piagare le ossa, dissolversi in polvere e dalla polvere rinascere, e capire un po' meglio la vita, e per questo apprezzarla un'oncia in più, pur ritenendo ancora e sempre abissale il suo mistero. C'era insomma questa fata Morgana, stamattina, che mi è balenata agli occhi in quella striscia di strada, come dicono accada nel deserto quando le carovane tuareg sembrano dietro una duna e invece è solo una speranza che inganna gli occhi, ammalando il cuore. Poi sono finalmente andato a dormire, e non so dire se Achille ha portato a termine l'impresa di veder scendere fino a terra la porta del suo garage. Per come la vedo io, è improbabile.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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