Il mio balcone dà sugli alberi: una palizzata che mi scherma dalla strada, filtra la luce e incoraggia la malinconia. Qualche volta ci esco a fumare - le sere in cui le stagioni cambiano, e il primo rinfresco lenisce l'estate o una repentina primavera spaventa febbraio - ma la sigaretta non la respiro, è più che altro un gesto, una posa che mi aiuta a districare i grovigli e a guardare il cielo con più assegnamento. Il fumo schiara la notte e quando è in alto sembra che ravvivi le stelle, come uno che soffi sulle braci: così ho visto fare ai contadini nelle domeniche immaginate dell'infanzia. Immagino ancora oggi, non ho perso il vizio, e temo che tutto ciò che vedo sia appunto una fantasia, l'affabulazione di un uomo che non ha capito com'è che va il mondo, che è figlio del caso. Mi hanno spiegato che lassù, verso una qualche direzione, c'è una strada che non finisce mai, che passa attraverso il tempo e i buchi neri, e che a guardare la terra da un miliardo di anni luce vedrei la sua insignificanza. Perché allora do tanta importanza alla mia vita, a quello che scrivo, alle competizioni, all'età che cresce, al dolore, agli spaventi? Tento ogni giorno di affermare la mia ragione su quella degli altri e se non ci riesco - se quelli non si convincono, se prendono a detestarmi - ci sto male, non capisco come possano essere tanto ciechi. Benché sappia da un po' che la verità ha mille forme, cerco sempre di imporre le mie ridicole certezze: un'impuntatura infantile da cui non so guarire. Così fumo, e mentre comincia la notte m'appoggio con la schiena al muro. Una volta arriva una musica tribale da una macchina in corsa; un'altra un corteo di voci di ragazzi s'ingrossano e poi s'assottigliano, allontanandosi; un'altra ancora la mia speranza prende il sopravvento, e m'auguro con tutto il cuore che questa stanza buia in cui siamo prigionieri abbia una ragione comprensibile, e non men che soave.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

Guardare con occhio aperto e distaccato la propria vita penso sia frutto di una consapevolezza che a volte può creare dolore, altre volte serenità e pace con se stessi. Grazie per gli spunti su cui riflettere!
RispondiEliminaSono d'accordo: è importante cercare di guardarla con la massima nitidezza possibile. Grazie a te.
Elimina