A Tarquinia c'è un albergo nascosto in mezzo alla pineta, non affaccia al mare, è l'albergo dei nostalgici, degli amanti e delle canzoni d'autore. Tira sempre vento quando ci vado, ma è il vento leggero del Tirreno che volta le pagine del libro che ho in testa assieme ai ricordi della giovinezza, mai finita e mai rinnegata. In una primavera di vent'anni fa, una primavera anch'essa di vento, ci arrivammo per caso, tu ed io, ragazza amorevole di un'altra vita. Dal litorale non si vede e se non sai che c'è è difficile trovarlo, e noi cercavamo una camera col balcone sulla spiaggia, per cantare un'altra volta il caso, divinità innamorata delle onde azzurre e dei fortunali. Cenammo invece a bordo piscina perché l'hotel segreto ci rapì, e il mare restò una voce di là dalla strada, una prospettiva per l'indomani, l'abisso dentro cui stavamo per cadere dopo quella notte di soprassalti. Ti presi e poi tu prendesti me e alla fine la stanchezza ci rese sazi ma non ancora esausti, tanto che uscimmo nella notte a camminare. C'erano macchine parcheggiate sui marciapiedi, e altri insonni a bere la tenebra, come noi felici e increduli di tanta munificenza. Credevamo il destino lo fosse, munifico, non avevamo considerato che in realtà è un usuraio, concede solo per avere indietro dieci volte tanto. Ma quella notte niente era imperfetto, niente era un presagio e le tue labbra non si incurvarono alla tristezza, come altre volte era capitato. In fondo alla città c'era un circo smontato, il tendone per terra con le stelle dipinte e le tigri narcotizzate nelle gabbie. Una fata marina passò tra le tue ciglia, che divennero d'oro, o forse fu il riflesso della luna, o la mia immaginazione che adesso trasforma in poesia quel che non lo è mai stato. Parlammo d'amore, pronunciammo parole d'amore, progettammo altri anni d'amore e scoprimmo che ci sarebbe piaciuto invecchiare insieme, che come idea non era proprio l'ultima di quelle per cui combattere. Arrivammo dove avevano tirato in secca una barca e poi ci addormentammo sulle sdraio del bagno Maristella, fino a che, quasi, non arrivò l'alba.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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