C'è un attimo preciso in cui lei smette di essere lei e diventa un'estranea. È quando a una tua premura risponde stonata, ti guarda infastidita e in quella fessura che sono i suoi occhi passa la fine del sogno, lo strappo del risveglio. In quell'istante esatto - un istante dilatato a contenere gli anni illusi e le scene madri, gli scazzi e tutte le maldicenze reciproche - arriva il disamore, ed è come scendere da cavallo, come uno sparo a una festa, e da lì in poi riavvolgi il nastro e ti maledici per la tua dabbenaggine. Quando a dolcezza non corrisponde dolcezza sono guai. E sì che ce n'è stata, e provi a convincerti che se non era proprio dolcezza le assomigliava, era un buon surrogato, un'alternativa accettabile. E tiri fuori le fotografie dalle cartelle in cui le hai archiviate, e srotoli la memoria come il red carpet ai festival del cinema, e sopra ci passano le stagioni di festa esagerata, le bugie al lavoro per vederla di continuo e tutti i viaggi in capo al mondo fatti con l'incoscienza dei ragazzi. Che erano avventure scapicollate, vissute col cuore di chi vuol viverle fino a ubriacarsene ma erano pure il vertice della parabola, dopo di che la curva scende. Tutti gli amori sono così, specialmente quelli possenti, e trovo saggia quella frase di canzone che giudica l'amore vero una gran fregatura. Al netto di tutto lo sciupio, di tutto il sentimento riconsegnato come un vuoto a rendere, ho tuttavia la decenza di essere grato, per quello che ho vissuto. Non cambierei i disastri che pure ho combinato con una vita sotto anestesia, laterale, rassicurante. Non ho mai voluto che mi rassicurassero, né gli amori grandi né quelli piccoli. Mi sono al contrario divertito a essere imperfetto, a mostrarmi peccaminoso e lunare, e anche chi era con me si divertiva da matti: ero sincero, gesto che veniva apprezzato. Così l'amore sfugge, scivola, si rintana negli angoli e geme, come un bambino al primo giorno d'asilo, come me che strepitai Mamma! tra le braccia della maestra, a tre anni, mentre quella mi portava in refettorio. La natura degli amori è questa: non l'eternità, neppure di quelli che durano una vita. L'unica cosa che ne rende lieve il ricordo è l'accettazione della loro vulnerabilità. Così facendo si può persino immaginare che ci possano riempir di senso la vita.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
SUBLIME, PRAGMATICA, PASSIONALE, RISPETTOSA, SPAVENTOSAMENTE REALE
RispondiEliminaGrazie di cuore.
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