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Affetti personali

Sarà che sono innamorato delle parole, ho cominciato ad amarle da ragazzino e non ho mai smesso. Sarà che un artista che non si prende troppo sul serio e rende pubbliche le sue debolezze mi piace più di tanti musoni. Sarà che nel 1983 avevo 16 anni e se ascoltavi lui eri un dritto e le ragazze si lasciavano corteggiare più volentieri. Sarà che i suoi dischi sono uno più bello dell'altro e ogni volta che li ascolto - l'ho fatto centinaia di volte - rimesto giochi di parole mai fine a se stessi, o un'invenzione lessicale che sottintende un concetto tosto, ma porto con leggerissima follia.
Sarà che nella mia vita ho bevuto quanto lui in una settimana - e per questo un poco lo invidio ma se avessi provato a imitarlo sarei morto da un pezzo. Ma insomma: Sergio Caputo è Sergio Caputo. Prossimo ai 60, se ne esce con un libro che ricorda i suoi anni intorno a quel fatidico spicchio di tempo in cui l'Italia era ancora intontita dai boati degli anni di piombo, incredula del Mundial vinto in Spagna, impaurita dalla crisi (una delle tante) eppure impegnata a ricostruirsi. Che poi sarebbe tutto crollato ancora e ancora oggi non si vede chi possa edificare è un altro discorso.
Sergio ha quasi trent'anni, mezza vita fa. Scorribanda per locali e cantine con amici ebbri di gioventù e amori da collezionare, concertini per chitarra nelle piazze romane e paranoia da servizio militare, col sospetto che il tempo dell'esistenza sia poco e le cose da fare tante. Si racconta, Sergio. In un modo che ti afferra, e non puoi smettere di leggere fino all'ultima riga. Ci ho messo un giorno e mezzo a finirlo, 'sto libro. Non riesci a staccarti se non per dormire, mangiare, andare a lavorare. E cercare di riprodurti. Parlo per gli altri, io è un po' che per cause di forza maggiore non tento questa impresa.
Erano i tempi di Mister Fantasy, Carlo Massarini, i primi videoclip in tv. Preistoria nostalgica. Erano i tempi in cui Un sabato italiano sconvolse in effetti l'inventiva geniale e un po' tronfia, seriosa (Gaber e Jannacci a parte perché Rino Gaetano - ahimé - era già morto) della canzone d'autore italiana, con l'irriverenza di quelle dieci canzoni, l'orecchiabilità jazz, il resoconto agrodolce delle monellerie notturne di una banda di amici che si atteggiano a duri, bevono come lavandini, fumano erba, suonano, scopano a casaccio, purché tutto questo darsi da fare sia rigorosamente prima dell'alba. Un libro che racconta il teatro, più che la commedia. La commedia, le canzoni di quell'album, le conosciamo da una vita. Ma ciò che c'era dietro, e intorno, e dentro, diverte e commuove scoprirlo. Forse perché eravamo ragazzi. O forse perché - più probabilmente - lui è uno di quegli artisti di cui - oggi come trent'anni fa - non si può proprio fare a meno.

Commenti

  1. Avevo qualche anno in meno nel 1983, ma quando alla fine ci arrivai anche io a quelle disarmanti dieci tracce, a diciannove anni, iniziai a sentire le stesse cose che hai descritto tu, e le sentirò sempre credo. Gianluca

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