In un venerdì di febbraio trovo improvvisamente ammirevole la vita, e mi rammarico di averne camminata già un gran tratto. Scopro cioè di essere di nuovo capace di guardarla con stupore, con gli occhi che sorridono e la bocca spalancata, come i bambini davanti al manifesto di un circo. Ho la testa e il cuore talmente pieni di cose, appuntate là dentro come la lista della spesa, che ogni tanto qualcuna cade fuori e la gente se ne accorge, mi dicono Ah, stai lavorando a un romanzo nuovo? Ah, ti ho visto in televisione, e a quel punto la festa può cominciare. Più che cambiare la vita, in passato mi hanno costretto le circostanze a cambiarla. La mutazione un tempo la vedevo come la prospettiva peggiore, la zona comfort era ciò che difendevo e dentro cui avrei abitato fino alla vecchiaia. Poi mia moglie si è ammalata, poi è morta, poi mi hanno licenziato, poi ho sofferto di solitudine, poi ho sofferto per amore, lontananza, noncuranza, poi ho capito che erano sentimenti talmente feroci da non meritare la mia attenzione, e così, offesi, sono scappati via. Qualche anno fa per esempio c'era una ragazza che amava starmi addosso quando scrivevo. Le dicevo che avrei passato il fine settimana a sistemare un paio di capitoli e lei suonava il campanello alle otto del mattino, tra il ciglio del sonno e il caffè. Mi facevo la barba, mi rendevo presentabile e cominciavo a scrivere e ogni pagina lei la leggeva ad alta voce, perché rintoccasse dentro le stanze, e le parole rimbalzassero sulle pareti venendoci contro e noi potessimo capire se facevano danni, se tagliavano, o se erano innocue. In questo caso, se erano inermi, le distruggevo e ricominciavo da capo: parole innocue sono già nei romanzetti di una mia ex amica dal talento stitico e la smisurata presunzione, non era il caso di partorirne altre. Le piaceva quel che scrivevo ma ancor di più le piaceva il suono della sua voce a leggere i pezzi sparsi delle mie storie, era una specie di vanto, camuffato da gesto servizievole. Quando capii che me ne stavo innamorando, perché sono sempre gli uomini che si innamorano per primi, e quando capita alle donne son brave a non darlo a vedere, lei, come intuendolo, smise di venire a trovarmi e un anno dopo si sposò con un ingegnere meccanico.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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