Una domenica come tante, di dieci o dodici anni fa, conobbi una donna in un caffè. Ero a Roma, alla fiera Più Libri Più Liberi, e dopo una presentazione piena di gente - la mia prima volta davanti a più di duecento persone - uscii dal centro congressi per provare a fare ordine fra tutte quelle emozioni. Attraversai viale Europa ed entrai al Caffè Valentini. Al banco c'erano sgabelli rotondi, quasi tutti vuoti, dal soffitto pioveva una luce azzurra, una musica lounge ricomponeva i tumulti dell'anima. Ordinai un orzo macchiato, una fetta di torta alla crema, e mi sedetti a un tavolo d'angolo. Davanti a me una donna di quarant'anni - bella oltre ogni immaginazione - sollevò lo sguardo dal suo tè e prese a fissarmi. Cercai di darmi un tono ma è una delle cose che so fare peggio, e forse mi resi ridicolo. Allora provai a guardare altrove ma i suoi occhi mi penetravano, era una specie di richiesta erotica di attenzioni, un preliminare. Solo che al contrario dei preliminari d'amore, non aveva nulla di fisico: era tutto più sconvolgente. A un tratto si alzò, si avvicinò e indicando la sedia vuota accanto a me disse Posso? La invitai a sedersi, le parole mi uscivano a fatica, se credessi alle malie direi che me ne aveva appena fatta una. Disse che era stata alla presentazione del mio libro e che ci contava, che l'avrei raggiunta in quel bar. Anzi no, disse, misteriosamente: Ero sicura che mi avresti seguito. Aggiunse che le sarebbe piaciuto raccontarmi una storia, col mio permesso, perché l'aveva colpita quel che avevo detto alla conferenza intorno all'amore, sentimento inafferrabile, e pensava fossi lo scrittore adatto. Adatto a cosa? le chiesi goffamente, e lei, A scriverla. Disse che era stata in quel caffè due anni prima con un conoscente di suo marito, un agente assicurativo, e che lui le aveva talmente invaso l'anima da non potersene più dimenticare. Aveva tentato, aveva evitato di vederlo ancora, ma non c'era stato verso di farselo uscire di testa. La sua vita era cambiata per sempre. La vita cambia di colpo, sa? specificò per inciso, con fierezza. Amava quell'uomo con ogni fibra, ogni muscolo, non riusciva a dirlo a suo marito, era infelice e allo stesso tempo grata all'infantile tenerezza che la divorava. Non sono parole mie, da scrittore, disse proprio così. E alla fine ripeté quella richiesta, che scrivessi la sua follia, la follia di una vita travolta da un caffè preso con un estraneo che diventa la frattura, il punto di non ritorno, il bene incurabile. E così, dopo mille indugi e cercando di non immedesimarmi troppo, oggi, con ritardo forse imperdonabile, l'ho accontentata.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Commenti
Posta un commento
Grazie per aver commentato il mio post