Quando studiavo mio padre mi chiamava Giacomino, perché come Leopardi ero capace di star delle ore piegato sui libri senza alzare la testa neanche per guardare il cielo. Però, come è spesso accaduto, lui si ingannava, perché quel rigore non era la regola ma l'eccezione. A esser sincero mi distraevo con estrema facilità, accendevo la radio e immaginavo che lavorarci dentro sarebbe stato grandioso, e poi mi affacciavo alla finestra e sotto passavano, sospinti dal vento, una volta una ragazza dagli occhi tristi, un'altra un amico perduto, una terza, tutti insieme, un regolo, un gatto arancione e una lettera d'amore che non avevo mandato io. Così forse son diventato scrittore, senza immaginare quanto, un giorno, sarei stato triste e allegro nella medesima circostanza. Il tempo allora sembrava un pachiderma, si muoveva con lentezza esasperante, le stagioni erano lunghissime, il mio corpo cambiava impercettibilmente: ero sicuro che la vita mi sarebbe parsa un viaggio infinito. Potessi rallentarla adesso, riuscissi a farle rispettare i limiti di velocità, ora che i mesi diventano giorni e tutto è logoro, e tutto invecchia con incosciente disinvoltura. Preparavo Esegesi delle fonti, preparavo Letteratura Latina e Glottologia, e i passi che facevo erano di una smisurata lentezza; il sabato venivo da te e andavamo a far l'amore dietro i campi incolti, dove nel novantacinque han costruito un supermercato. Saremo stati felici, io credo, dove ora c'è lo scaffale dei detersivi, e dopo aver fatto l'amore ripassavamo gli accenti tonici e la guerra delle due rose, in macchina, al freddo, e tu ne sapevi sempre più di me. Non perdevo tempo a pensare come sarebbe stato il futuro, è un vizio che ho ora, che il futuro è un tempo più corto del passato. Non me ne importava, mi importava il presente, al massimo la prospettiva del sabato successivo, con tutte quelle persone attorno a volermi bene. No, a far numero, che voler bene è altra cosa, almeno per come lo intendo io. Tranne un paio di loro, non è che dimostrassero così tanto affetto. Ma alla fine dei conti meglio così, perché se mi avessero amato come giuravano, oggi non saprei davvero di cosa scrivere.
Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Commenti
Posta un commento
Grazie per aver commentato il mio post