Quando studiavo mio padre mi chiamava Giacomino, perché come Leopardi ero capace di star delle ore piegato sui libri senza alzare la testa neanche per guardare il cielo. Però, come è spesso accaduto, lui si ingannava, perché quel rigore non era la regola ma l'eccezione. A esser sincero mi distraevo con estrema facilità, accendevo la radio e immaginavo che lavorarci dentro sarebbe stato grandioso, e poi mi affacciavo alla finestra e sotto passavano, sospinti dal vento, una volta una ragazza dagli occhi tristi, un'altra un amico perduto, una terza, tutti insieme, un regolo, un gatto arancione e una lettera d'amore che non avevo mandato io. Così forse son diventato scrittore, senza immaginare quanto, un giorno, sarei stato triste e allegro nella medesima circostanza. Il tempo allora sembrava un pachiderma, si muoveva con lentezza esasperante, le stagioni erano lunghissime, il mio corpo cambiava impercettibilmente: ero sicuro che la vita mi sarebbe parsa un viaggio infinito. Potessi rallentarla adesso, riuscissi a farle rispettare i limiti di velocità, ora che i mesi diventano giorni e tutto è logoro, e tutto invecchia con incosciente disinvoltura. Preparavo Esegesi delle fonti, preparavo Letteratura Latina e Glottologia, e i passi che facevo erano di una smisurata lentezza; il sabato venivo da te e andavamo a far l'amore dietro i campi incolti, dove nel novantacinque han costruito un supermercato. Saremo stati felici, io credo, dove ora c'è lo scaffale dei detersivi, e dopo aver fatto l'amore ripassavamo gli accenti tonici e la guerra delle due rose, in macchina, al freddo, e tu ne sapevi sempre più di me. Non perdevo tempo a pensare come sarebbe stato il futuro, è un vizio che ho ora, che il futuro è un tempo più corto del passato. Non me ne importava, mi importava il presente, al massimo la prospettiva del sabato successivo, con tutte quelle persone attorno a volermi bene. No, a far numero, che voler bene è altra cosa, almeno per come lo intendo io. Tranne un paio di loro, non è che dimostrassero così tanto affetto. Ma alla fine dei conti meglio così, perché se mi avessero amato come giuravano, oggi non saprei davvero di cosa scrivere.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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