C'è questa canzone dei Pinguini dentro cui un ragazzo ha perso la sua donna, è morta, e lui non sa darsi pace. Se la prende coi medici, con dio, piange fiumi di lacrime, cura la disperazione con farmaci che gli annebbiano le idee e lo intorpidiscono: Se sapessimo quanto tempo ci resta da vivere, ora, in questo momento, se qualcuno ce lo dicesse con tanto di prove, proprio in termini di anni giorni e minuti, diventeremmo le persone più malvagie del mondo. La ragazza aveva un cane, cui lui non è mai stato simpatico. Gli ringhiava contro, lo mordeva: Vuole solo giocare, è un cucciolo. Dopo il funerale, col cuore per terra, lui lo va a prendere, lo porta a casa sua. Lì comincia un altro racconto, che poi forse è solo un'appendice eccentrica del primo. Il cane e il ragazzo cominciano a detestarsi di meno. Il ragazzo ha bisogno di appoggiare un po' il dolore su altre spalle, senza parlarne però, e il cane gli sembra la persona più adatta: Che buffo che ho pensato a lui come a una persona. A tutti e due manca la ragazza, però ogni tanto la rivedono in sogno, per questo non fanno che dormire. Cane e padrone passano il tempo in panciolle, ad annoiarsi, a farsi venir sonno. Poi il sogno non basta più, è necessariamente una storia a tre ma uno dei tre personaggi è inconcreto, e il ricordo dei sogni è troppo irrequieto, va via appena provi a recintarlo, a fermarlo in memoria. Un'amica chiromante un giorno confida al ragazzo che i cani parlano con gli spiriti: Sì sì, puoi anche non credermi ma è proprio così. Sei una mezza matta, stammi lontano. Da quel giorno il ragazzo diventa lugubre, speranzoso. Sente come delle vibrazioni, dentro casa, onde di energia, le chiama, perché non sa come altro definirle. E sembra che il cane ne sia sconvolto: quando l'aria si flette mugola, guaisce, si accuccia ai piedi del letto, guarda in alto, verso lo specchio con gli occhi matti. Il ragazzo allora gli affida un messaggio: dille che torni presto, e che rimane la mia luna. Però non è sicuro che il cane abbia capito: abbaia al vento di primavera, si fissa a guardare un punto lontano, dove non c'è niente. Alla fine il ragazzo decide che quel dolore risanato e quella speranza incerta sono le coordinate della sua nuova vita, e questo equilibrio precario, incredibilmente, gli regala una serenità che gli calza a pennello, come un vestito su misura.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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