Efrem è un mio amico che ha sempre odiato i suoi genitori. Li ha sempre odiati per via del nome, è convinto che lo abbiano fatto apposta. Ogni volta che ci vediamo, tre o quattro volte l'anno, state pur certi che alla fine o all'inizio del discorso tirerà fuori quella storia e anche se i suoi sono morti da un pezzo finirà per chiedermi cosa ne penso e se anch'io credo che abbiano voluto che fosse deriso da tutti. Io tento sempre di vedere il lato positivo della cosa, gli dico che la gente si incuriosice a sentir come si chiama e che anziché derisione viene voglia di scoperta. Lo convinco e non lo convinco, e sempre se ne va col muso lungo, e il sospetto che io sia un bugiardo di professione. Il nome eccentrico lo tenta a fare cose eccentriche, giura che è un bisogno di coerenza. Quando viaggia lascia asciugamani nei bagni degli alberghi, è l'unico che invece di fregarseli regala i suoi, e talora nei supermercati la merce in offerta la evita come la peste e per comprarla aspetta che rincari. Un giorno che era ubriaco disse che mi invidiava, avrebbe voluto pure lui fare lo scrittore. Poi si corresse, ammise che non gli andava di ricamare sopra a ogni stupida questione, non è questa la vita. "Perché tu fai così, no?" mi chiese e io non trovai argomenti per contraddirlo. Poi disse che tra l'istinto e l'arte preferiva l'istinto, che passa via in fretta, se lo soddisfi, e sì, dopo ne arriva un altro ma non hai che da assecondare anche quello e trattenerlo al massimo come ricordo inerte. "Però con un nome come il mio, non fare l'artista è uno spreco" concluse. Per cui ogni tanto mi racconta che seppellisce centesimi nelle sponde dei letti, per lasciare una prova del suo soggiorno ai motel di frontiera, oppure sale sul palco di un teatro vuoto e inventa una piroetta, e recita venti minuti in bocca a nessuno. Succede a quel punto, allo snodo di quella confidenza, che gli ritorco contro la sua invidia: "Beato te" gli rivelo: "è fantastico essere un artista senza ambizioni" perché tra me e lui, alla fine dei conti, non so davvero chi sia il più fortunato.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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