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Letargo



Mi rincresce di non essere un orso perché se lo fossi potrei andarmene in letargo assieme ai miei cari fantasmi nella casa in collina. Certe volte il mondo mi viene a noia, fa troppo rumore, coi suoi studenti universitari e i loro mercoledì di baccano, coi talk show e le campagne elettorali, coi raduni di motociclette e gli urletti dei tennisti, e così staccherei da tutto per una stagione, farei una grossa spesa e non mi vedreste in giro fino a primavera. A quel punto dovrei arredare la vita come si arreda un monolocale, con la sobrietà di un'indole poco pretenziosa che si fa andar bene anche le cose rimediate: le coperte vecchie, purché pulite, per cominciare sono perfette. Avrei bisogno di stare al caldo perché dove vado non ci sono termosifoni, solo un camino che non tira come dovrebbe e una stufa elettrica che ogni tanto frizza e scintilla, mettendomi sul chi vive. Ah che bella la campagna muta a confronto di queste città virulente di schiamazzo, che pace la sera quando scende spandendo latte sui campi e sembra che l'orizzonte galleggi sopra il niente. Poi avrei bisogno di libri poco di moda, candele di sego e nastri di film tenebrosi: cose romantiche, perfettamente intonate alle circostanze. E di nessuna voce, amica o nemica che sia, di nessuna frammentazione del silenzio, ma solo di quella riabitudine alla quiete che cura le orecchie e sfebbra le smanie. Vivrei così, felice e malinconico, solo e risanato, per un tempo che a chi ho lasciato in battaglia parrà smisurato e a me appena bastevole. Poi un giorno arriverà la tentazione di tornare, perché il frastuono dopo un po' manca, come l'erba a un fumatore. E allora spegnerò le candele, riporrò le coperte, lascerò segnalibri nei romanzi non finiti e tirerò il chiavistello. E la vita che alcuni dicono infestante ricomincerà.


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