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Il romanzo delle ore morte

Tutte queste ore morte un giorno le metterò insieme e ne farò un romanzo: il romanzo delle ore morte, voglio chiamarlo, perché non ci siano dubbi. Magari capiterà che le trovi attraenti quanto oggi mi ripugnano e allora avranno avuto un senso. Adesso no, adesso sono un libro scritto in tedesco, un film di Nolan, una manipolazione del tempo. Se provo a contare quante ne ho abitate da quando ne ho percezione viene un numero spropositato che mi suggerisce cosa avrei potuto fare, cosa sarei potuto diventare se non fossi stato con le mani in mano a compatirmi. Eppure ho viaggiato a dismisura, scritto ferocemente, amato talora con poca innocenza, e ricordo solo l'inconcludenza dei giorni vuoti, senza un sussulto. Il tedio ci si attacca più dei successi, che a un certo punto vivono per conto loro e non fanno più parte di te. La gente cosa vede? Un libro, cento parole spalmate su Facebook, foto di gioventù, il prodotto finito. Prima c'è la disperazione, che non ha mercato se non abbellita, che un editor riduce a un piccolo libro di pregio, e che nella narrazione diventa innocua tanto da sembrare non vissuta. Chissà se avrei avuto la forza di compiere tante ridicole imprese senza quelle ore cave come gusci d'uovo, che forse mi son servite per lavorare d'immaginazione, ingaggiare il dolore e farlo recitare a buon mercato, scappare dalle trappole della tranquillità. Se ci ragiono a questo modo, ecco che le trovo meno abominevoli, perfino necessarie, e lo scrivo sperando di dar loro sui nervi. Le ho odiate, mi hanno sottomesso, le ho combattute senza convinzione. E però giuro che a dispetto della volontà che le ha animate mi sono tornate utili, e han dato, a loro insaputa, frutti saporiti.

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