Voi no? Io sì, certe volte ho paura. Ho paura del sonno, degli uccelli, di non saper vivere. Quando ho paura devo stancarmi, camminare, oppure guidare fino a che le gambe non implorano pietà, finché il mare che incontro non è più il Tirreno ma il mare greco che schiuma sopra le triremi inabissate. Lì, lontano dalle stronzate quotidiane, torno coraggioso e nel coraggio ricordo, perché anche le idee ridiventano chiare, possenti. Così mi accorgo di cose che nel brodo dei giorni mi sfuggono: la derisione dei medici, per esempio, che è un nuovo approccio terapeutico, ha sostituito il cinismo, ora i dottori ti prendono per il culo quando ti curano, fateci caso: un dente o un cancro fa lo stesso. Come so difendermi? Come posso? Mi rigiro tra le mani la domanda e intanto cerco quel ristorantino dove stemmo bene insieme, benché fossimo tutti e due di altri, un secolo fa. Non lo trovo, giro a vuoto poi eccolo là ma è in sfacelo: macerie, assi di traverso sulla porta, un senso di disfacimento, come certe sere di maggio m'è parsa la mia vita. Stavo affacciato al balcone della casa orrenda, il pazzo del piano di sopra suonava la tromba, le zanzare mi mangiavano vivo, mi veniva da piangere e ridevo. Dicono sia un buon sistema, ridere, quando vorresti buttarti di sotto, ti fa riconsiderare il gesto. Il ristorante sulla spiaggia è in fallimento e io dai fallimenti mi sono sempre difeso scrivendo, costruendo piccoli universi coi loro piccoli uomini e le loro donne dalla grandezza incalcolabile, e mi ci sono rifugiato, come uno che scappi da un paese di dittatori a un'oasi di pace. Forse sono inadatto a viverla, la vita, ma discretamente bravo a scriverla, il che più che un paradosso è uno scherzo che il destino gioca ai narratori, notoriamente affamati di realtà. Qui, sulle rive di questo mare ottobrino, a contare le stagioni cupe e quelle leggiadre, a riposare gli occhi, alla fine della sera arrivano gli amici che ho messo al mondo io, cui ho dato nervi e parole, e sono tutti allegri, sorridono, battono le mani. C'è Mirka, la capobanda, e c'è Edoardo; c'è Margherita l'assassina e c'è Gregorio. Ecco Corso che viene, il bambino sullo skateboard che ha sognato d'esser vecchio. E c'è perfino Corviana, che è morta solo per finta: dopo lo sparo, fuori scena, s'è rialzata da terra come se niente fosse. E a quel punto chi se ne frega se la vita è feroce: ho un sacco di figli attori a cui farla vivere al posto mio.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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