Ieri avrei voluto avere quarant'anni, una figlia di sei e una moglie viva. E le ho avute, tutte quelle cose, in un certo senso: le ho immaginate. Poche volte riesco con la fantasia a figurare la realtà, ieri sì, era tutta attorno a me. Se esiste una seconda occasione vorrei che fosse questa: annullare gli ultimi quindici anni coi loro disastri e le ipocondrie e riavvolgere il nastro. Io solo lo saprei, l'immaginazione ha questo potere. Io soltanto saprei quel che succede da quel momento in avanti, e farei di tutto per evitarlo. Ti ho tenuto poco per mano, figlia mia, vorrei farlo di più, e nascondere una seconda volta la ghianda nel tronco cavo. Ricordi? Dissi Torniamo su quest'inverno e vediamo se c'è ancora, o se uno scoiattolo l'ha rosicchiata, e tu hai voluto che ti prendessi in braccio per spingerla più in fondo alla quercia. Tua madre ci guardava, era appena stata dalla parrucchiera, aveva i capelli neri, a parte noi due erano il suo unico vanto, la sua dolcezza era velata da un presagio, come il cielo quando si sporca di fabbriche. Dentro al paese, mentre cercavamo una trattoria, ti ha raccontato di quando da bambina le venne una tosse ostinata, e sua nonna la persuase a pregare, che così le sarebbe passata. Tu non sembravi tanto convinta, ecco perché adesso non preghi mai. In questo stesso posto, dove i vecchi ai tavoli del bar sentenziano su qualunque cosa senza mai esser usciti in tutta la vita dal perimetro della campagna, in stagioni diverse, già straziate e ricucite alla meno peggio, ti accompagnavo a prendere l'autobus per la città, e me ne tornavo a casa con un peso addosso che non sapevo con chi spartire. Erano anche quelli anni discretamente infernali, in cui disegnavi gli occhi, il naso di tua madre e nascondevi il foglio in fondo all'armadio. Tutto questo lo so, è già accaduto, e farei di tutto per non vederti di nuovo morire muta, ed esser costretta a rinascere piano con la forza ereditata da lei, non da me. Ma a conti fatti onorerei questo tempo che abbiamo, che finalmente ti trova felice.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

Commenti
Posta un commento
Grazie per aver commentato il mio post