Ecco un'altra estate che s'acquartiera sulle rovine della gioventù, sugli amori tenuti in vita con ostinazione, sulla nostra solitudine di numeri non primi cui tocca però lo stesso destino. Ecco il tempo delle stanze vuote che non credevo di dover più vivere, ecco i ricordi che s'imbrancano come ragazzi sulla spiaggia, il primo giorno di vacanza. Ecco mio padre che in certe sere afose come queste mi propone un pezzo di strada assieme, una divagazione prima di cena, per me il regalo più ambito. Arriviamo alla fine del marciapiede, dopo la curva della Memoria, e lì mi mette in guardia sul tempo sprecato a stare da soli, che adesso lo so, ha zanne e artigli. Ma ha discrete controindicazioni anche la convivenza se non hai le spalle larghe, e allora non saprei cosa sia peggio. Ecco tutta la gente che ho attorno che piano piano va via, esce di scena, saluta se fa in tempo, altrimenti non regala niente e non ricordi nemmeno qual è stato l'ultimo discorso, se compiuto o lasciato lì, sospeso, a mezz'aria. Ecco il campanello che non suona più, le buste della spesa che nessuno posa più sul tavolo, le merende d'estate con il gelato da tirar fuori all'ultimo, le voci rassicuranti di un coro che ha perso gli orchestrali uno dopo l'altro. Ecco la notte, ecco la paura di non saper a chi rivolgersi, da chi farsi curare questa tristezza ostinata. Ecco la tenerezza, che è l'emozione che oppongo al tempo. Ecco le mie pagine, migliaia, scritte tutte per necessità, ecco le parole degli estranei che entrano rispettosi nella mia vita e per intercessione delle quali la traggono in salvo. Ecco il conforto di un'altra stagione, quella della consapevolezza, dell'amore cui dar meno peso, degli innamoramenti come a quindici anni, di una nuova visione del dolore. Ecco, infine, questa piccola risorsa benevola, queste memorie infilate come gallerie sulla strada per il mare. Ed ecco la libertà di prendere a bordo tutti i miei allegri fantasmi e portarli a vedere il mondo, per capire se si distraggono e mi lasciano respirare.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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