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Cecità

Ieri ho visto una ragazza cieca, a uno di quegli eventi di moda dove si mangia cibo per strada. Pioveva, avevano acceso le braci sotto ai tendoni, la gente faceva la fila con gli ombrelli, qualcuno si è dato per vinto, è andato via. Stava con un'amica - forse la sorella ma non si somigliavano - che l'ha guidata tra i tavoli finché non ne han trovato uno libero e si son messe a mangiare hamburger. A me ultimamente la carne non va e allora ho preso a guardarle. Così faccio, quando ho bisogno di una storia nuova, che mi ravvivi la fantasia come un mantice la fiamma sotto a quei manzi d'Argentina. Non sembrava che fosse in collera con dio; io al suo posto lo maledirei ogni giorno, e alla sera implorerei il suo perdono. Mangiava tranquilla, l'altra le porgeva ogni tanto il bicchiere di coca, ridevano perfino, raccontandosi certi amori impossibili che le rendevano felici, prive di desideri. L'amica sana sembrava condividere la stessa sorte: direi che si erano scelte, il che è una fortuna che capita a pochi. La sera ha spiovuto e ho camminato fino a porta Romana, dove il Comune ha tagliato alberi che stavano lì da che ero bambino. Ho letto un po' il libro che avevo appresso - l'ultimo di Eraldo Affinati - poi ha preso a dolermi il collo e ho girato la testa verso l'alto, in cerca di sollievo. Nella casa di fronte, a una finestra spalancata, un gatto stava placido, a bearsi dell'ultimo sole. Stava lì, sul confine tra le stanze e il vuoto, privo di vertigini, presuntuoso. Si è leccato il pelo, poi con sufficienza è saltato giù, dalla parte del baratro, ed è atterrato senza un graffio. Che bello che era. Che bella che è stata la scena, ragazza cieca, se avessi potuto vederla. Avrei pagato di tasca mia perché tu fossi lì, e avessi occhi per tanta bellezza. Non per le cascate del Niagara, le colazioni sull'erba o un film da cento Oscar. Solo per un gatto acrobata e la sua indifferenza alla morte. 

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