L'ho tradita, sì, l'ho tradita, è successo stamane ma l'intenzione parte da lontano. L'ho tradita con leggerezza, come camminassi scalzo su un prato fiorito, e l'ho fatto nonostante piovesse, perché gli adulteri più plateali si consumano nelle giornate di sole. L'ho tradita e non me ne pento, anzi provo una quieta euforia, anticamera della felicità che arriverà nelle prossime ore o al massimo domani. Stiamo insieme dal 2020, dentro di lei sono stato anche bene ma son di più le volte che mi ha respinto, reagendo inospitale alla mia corte. Così non dico che è stata lei a spingermi al tradimento - sono solito assumermi le mie responsabilità - ma è probabile che se fosse stata più accogliente, ogni volta che rientravo, tutto questo non sarebbe successo. L'ho tradita stamattina dopo aver tentato altre volte di farlo, senza successo: questo per farvi capire che è stato tutto meno che una cosa improvvisa. Sono salito dall'altra col muso lungo di chi si sente soffocare e cerca aria nuova, le ho raccontato la mia sofferenza come fanno gli uomini in queste circostanze - pietendo comprensione - e lei, l'altra, ha fatto finta di accontentarmi, ha lasciato che spalancassi una finestra e mi rifocillassi di vento. Poi ho posato le prime cose - lo stereo più vecchio che ho, un cappotto che non mi serve visto che ormai è maggio, una copia di un mio libro - e mi sono sentito leggero, sensazione che avevo dimenticato. Sono rimasto un'ora appena, non aveva senso trattenersi di più, i primi tempi l'amore si contenta di passaggi brevi - ci sarà modo poi per giocare con la noia. Nessun senso di colpa, a tornare da chi ho tradito: tutti e due tra poco apparterremo ad altri. La freddezza con cui mi ha salutato, appena ho varcato la soglia, me lo ha ricordato in tutta la sua ferocia.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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