Mettiamo che arrivi un'alluvione: le prime cose che metterei in salvo sarebbero le cose inutili. Vale a dire una trentina di romanzi, le sorprese degli ovetti Kinder, le foto al mare di ogni due di aprile, le canzoni di Roberto e le rondini che mi sono entrate dal camino. Al piano nobile della casa che non ho ancora comprato sistemerei tutto quel che è necessario a sopravvivere e che non posso usare come moneta di scambio: lì, in bella mostra, lo ammirerebbero gli amici e le donne che amo, quando passano a trovarmi colle galosce ai piedi. Io che sono innocente, io che adoro le persone e la gente mi spaventa, su quei ripiani sottrarrei al diluvio anche le nostalgie che ho raccontato, le parole con cui mi sono abbellito perché certe amiche mi corteggiassero, gli innamoramenti non dichiarati e tutti i baci che ho dato senza passione. Se mio padre ci fosse ancora, direbbe che per vivere mi basta quello, che non necessito di altro: acrobazie in borsa, speculazioni filosofiche, viaggi tra le stelle. Mi ha capito solo da vecchio, Pietro, o forse mi aveva capito anche prima ma ammetterlo gli costò fatica, e una buona dose di tempo. Me lo immagino, a contemplare quei relitti gocciolanti e a darmi ruvidamente la sua approvazione. Mi chiederebbe come mai la cartoleria in piazza ha un sacco di libri in vetrina ma non i miei e a tutti i suoi amici regalerebbe L'isola greca, dandomi però i soldi di ogni singola copia, perché tra padri e figli le cose van fatte per bene. Un pomeriggio di questi, quando la primavera è in avanscoperta e ci si illumina a far l'amore coi desideri, farei l'inventario di tutti quei beni mobili, con lui che invisibile mi controlla da dietro le spalle. E ci ragionerei a voce alta sulla proporzione fra il talento piccino che ho e i risultati raggiunti, che è un ragionamento pericoloso da fare se non hai le spalle larghe. Mi direbbe che merito di più, ne sarebbe convinto, e io ribatterei che va bene così perché l'ambizione non ha confine e l'unica sua figliolanza è l'infelicità. Risponderebbe sarcastico "Se lo dici tu...", senza che lo sfiori neanche per sbaglio la possibilità di darmi ragione.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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