Il teatro greco di Taormina è uno di quei tre o quattro posti dove mi piacerebbe morire, naturalmente tra un paio di secoli. Il guaio è che non potrei perché ha la stupefacente capacità di farmi sentire immortale, felice come una Pasqua e mezzo ciucco anche se ho bevuto solo gazzosa. Esistono posti così, quello è un posto così. Lì ho immaginato che faccia farò quando scoprirò che tutto ha un senso e che tutte le ansie scoperchiate di notte erano soltanto un gioco di ruolo, una beffa ben architettata. Lì, sulla scalea lavica, in faccia al tramonto dello Ionio, non più tardi di dieci anni fa ho fatto il punto della situazione con due donne libere che assecondavano la mia impudicizia. Cercavamo tutti e tre una giustificazione a quella licenziosità, che un po' ci spaventava e un po' ci divertiva. E inseguivamo un'espiazione, ma con calma. Poi la sera, tra le viuzze ornate di passamanerie, di tovaglie di broccato poggiate sui davanzali, ecco la parola che ci salvò, pronunciata per ironia della sorte da una nobildonna di passaggio che scendeva coi suoi amanti alla spiaggia libera. Quella matrona pronunciò la parola fede, non so in quale contesto, certo non ce l'aveva con noi, eppure fu opportuna come poche altre fortuite parole. Capita che qualcuno ti passi accanto e dica una cosa che ti spalanca un mondo: è il caso che si diverte. Così noi tre l'afferrammo prima che cadesse a terra e rimbalzasse via, e ci accorgemmo che quella parola conteneva il senso del nostro viaggio, lo sublimava perfino. Perché noi tre avevamo creduto a tutto quel che ci eravamo raccontati, in un certo senso avevamo reciprocamente avuto fede. E quell'adulterio, o comunque lo vogliate chiamare, dove non si capiva chi ingannasse chi perché tutti a turno eravamo traditori e traditi, era stato un gioco trasparente, un'innocenza, e in quanto tale non punibile. Ci amavamo senza sotterfugi, ognuno sapeva degli altri e ognuno trovava la cosa perfettamente naturale. Rientrati nel mondo tuttavia, per ragioni che non ho mai compreso del tutto, quella perfezione si incrinò, quella bellezza si sfilacciò come una corda logora e tutti prendemmo altre strade, con una certa dose di rimpianto.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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