Comincia a piovere, sono nel parcheggio della scuola, tra poco tocca a me. Ho un corso di scrittura coi ragazzi delle medie, ne ho fatti tanti e son felice di provare ogni volta una certa qual ansiosa emozione: la freddezza non giova ai narratori. Il dubbio è sempre lo stesso: decidere se raccomandare loro le opere più popolari o suggerire roba eccentrica, che non hanno mai sentito nominare. Le prime sono spesso più innocue, hanno una sola chiave di lettura, quella letterale, e non pretendono curiosità. La roba eccentrica costringe i ragazzi a diventare speleologi: la grotta è la loro testa, ci si inoltrano con la lampada sulla fronte e attraverso passaggi claustrofobici arrivano in un qualche ambiente inesplorato. Mi ci perdo, in questi ragionamenti, ed è allora che uno spiffero sonoro di vento entra dalla portiera. Suona proprio: come un flauto, non è un modo di dire. Immagino che un fantasma dispettoso, fatto dell'aria che scende dalle montagne, si sia intrufolato nell'abitacolo: assomiglia al canto di una ragazza che conoscevo. Così, a costo di far tardi in classe, mi metto a ricordarla, dolce che era. La prima cosa che amavo di lei era la sua fierezza. Era una tipa solitaria, ci stava bene dentro quella dimensione che tanti spaventa. Quando la cercavo, se non voleva farsi trovare non c'era verso. Altre volte le piaceva che le raccontassi i libri strani che avevo letto, perché un fremito le entrasse dentro, come adesso questo scherzo di vento nella mia macchina. Un giorno mi disse che voleva comprare un container per tenerci tutte le sue idee. Piccolo, precisò, poco più grande della cuccia di un cane. "Non mi va di mostrarle al mondo, non le capisce nessuno, hanno tutti gusti comuni, cauti, prevedibili". E così fece. L'ultima volta che passai a trovarla l'aveva piazzata in giardino, quella specie di rimessa per gli attrezzi. Dentro era vuota. Disse "Le idee sono invisibili. Però ci sono, ti giuro che ci sono". Partì una settimana dopo, per un posto con un altro fuso orario, dove a quanto ne so ancora resiste. Il container lo portò con sé e chissà se da allora ha avuto modo di aprirlo e mostrarne il contenuto al mondo.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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