Così si va, talora senza neanche l'intenzione, si va per derubricare la noia dai reati della domenica, si va che già il giorno sta scurendo: in un paese vicino c'è un teatro pomeridiano dentro le mura di un convento di suore, tanto basta per farmi alzare il culo dal divano. Pino Strabioli racconta Paolo Poli, attore aristocratico se mai ce n'è stato uno, ma a me m'incanta di più il percorso da fare fino al palco, il villaggio intermittente di luci come bagliori da una stella, lampioni che sfavillano, luminarie di Natale non ancora smontate e in fondo alla piazza, recintato da transenne, un caffè del 1950, con l'insegna antica pencolante sulle teste dei commercialisti, arrivati selvatici, a branco, in motocicletta. A chi viaggia con me faccio cenno di andare, che la raggiungerò prima che si accorga della mia assenza, ma adesso, davvero, devo fermarmi qui. Perchè è qui, vivaddio, che mi sono fermato anche un mare di tempo fa, appresso a Gastone e perfino a Pietro - se è vero come è vero che pure quella volta era domenica - ed è su questi stessi tavolini di alluminio anodizzato che mangiai il mio primo gelato mattutino. Sapete, era vietato mangiare gelati di mattina, nel 1973. Quella volta, lontano dagli occhi di mia madre, potei incrinare l'ordine costituito, mi fu concesso di disobbedire. Da lì in avanti ci avrei preso gusto: a disobbedire e a mangiar coppette Algida a qualunque ora, del giorno e della notte. Sul pavimento appiccicoso le scarpe facevano skiak skiok, ci avevan versato del chinotto, probabilmente. Gastone fotografò il biliardino coi giocatori rotti, il manifesto del Campari, il ritaglio di giornale alla parete che raccontava di quando là dentro c'era passato Nino Benvenuti e uno del posto l'aveva riconosciuto, aveva chiamato di corsa un suo amico cronista e c'era uscito un trafiletto sul Messaggero. Pietro invece mi ricordo che giocò la schedina del Totocalcio, e che era insolitamente allegro, la tabaccheria quando era chiusa gli faceva quell'effetto. Comprò anche un pacchetto di Nazionali, come non le vendesse tutti i giorni, come fosse capitato per una volta nel corpo di un altro, che faceva un altro mestiere. Che inganno che mi colse, quella volta. Immaginai che la vita sarebbe stata così esatta anche da grande, con mio padre e mio zio sempre giovani e belli, a fotografare e fumare sull'orlo di una domenica di primavera, complici felici delle mie trasgressioni. Invece invecchiarono, si incupirono. Gastone si sposò e non fu un gran che, come idea. Pietro tornò ad addolcirsi solo a ottant'anni e fu per pochi mesi perché poi morì. Adesso ho il sospetto di aver attraversato quelle stagioni solo per poterne scrivere, rimestando il dolore e la contentezza fragile come con la paletta mischiavo vaniglia e cacao di quel gelato segreto, facendone poltiglia. Ai miei allievi, quando arrivano ammirati ai laboratori di scrittura, vorrei allora confidare che non è questa gran fortuna amare così tanto da sentirsi scoppiare, quando l'amore non c'è più. E che non c'è di che rallegrarsi per queste parole artigiane che continuamente solleticano il rimpianto, tenendolo sveglio. Ma poi li guardo bene, sono entusiasti, sono giovani. E suggerisco loro un'altra volta il grande inganno delle parole che consolano.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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