Quando tutto mi grava addosso come il mondo sulle spalle di Atlante, quando il diaframma mozza in due il respiro e la fame d'aria mi squinterna, prendo su le poche cose necessarie alla sopravvivenza e taglio la corda. L'istinto, che è più tenace della pigrizia, mi spinge sempre verso il mare, luogo di consolazioni, nostalgie e aurore spalancate. A ogni chilometro - passata Vitorchiano, passata Bomarzo, passata Tuscania - butto giù un po' di zavorra, come se invece che andare in macchina volassi in mongolfiera, e una volta arrivato ai confini della spiaggia mi ritrovo leggero come un aliante. Lì, tra la spuma dei pescespada al largo e l'insalata di alghe sulla sabbia, i pescatori che tirano le reti a riva, riesco a vedere più nitide le cose: la consistenza degli amori, le malinconie severe e la fortuna di poterne far racconto. Lì ricordo un'altra volta che la poesia è l'invenzione umana più necessaria - se con quel nome intendiamo la ribellione al destino, la decifrazione delle stelle e la melodia misteriosa delle parole quando rintoccano - e mi auguro di averne ancora a disposizione per un gran tempo. Così, trovato un ristorante dalla cui veranda si spalanchi un tratto di mare al crepuscolo e mentre aspetto che mi servano il piatto di gamberi che mi va da che son partito, considero il peso delle paure, delle prospettive che credevo terribili, e lo trovo inconsistente. Al mare lascio che le cose accadano, che chi mi vuole al telefono mi trovi ma con i miei tempi, che le vacanze spericolate di mia figlia non mi rubino il sonno e che i malanni peggiori non mi degnino di uno sguardo, per quella sera. Mi ripeto che tentare sempre di mandare le cose come si vuole non è carattere, è perversione. Ogni tanto bisogna lasciarle libere, le nostre vite, di vivere i giorni per quello che sono, senza prospettive, senza cercar presagi in ogni contrattempo. Alla fine però, sulla via del ritorno e nonostante le belle intenzioni, non so fare a meno di recuperare tutta la zavorra abbandonata al mattino, e riportarla a casa con me. Fino alla prossima fuga al mare, fino alla prossima salvezza provvisoria.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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