Ridiamo, aprile è arrivato, la tua camicia leggera. La panchina di legno l'hano rotta i ragazzi delle medie, mancano un paio di stecche, il sedere ci casca dentro. Io devo aver detto qualcosa di spiritoso, o tu hai riso per cortesia, non fa differenza. Siamo lì perché è un destino, un viaggio che avrà tante deviazioni, e ad ognuna di esse dovrò scegliere da che parte andare. Ma quella volta chi ci pensava che sarebbe stato così complicato? Credevo a una vita monotona, un poco pigra, la vita a cui aspirano tanti di noi, pensando che sia la migliore possibile. Quel giorno, e nei giorni successivi, che slegarono la nostra libertà, sperai che saresti stata il mio sempre, fino a diventare decrepiti insieme, e che ce ne saremmo accorti, di essere invecchiati, solo in un altro aprile, a cent'anni di distanza. Il fatto di non esser mai riuscito a immaginare una vita senza di te prima che dovessi per forza viverla, è stato un altro bel problema: la fantasia aiuta quando arriva una realtà nuova, se ne hai intuito la consistenza. Adesso è qualche giorno che passo per quello sterrato, davanti al laghetto delle oche. Parcheggio sotto le mura della città vecchia e faccio i duemila passi fino alla radio, impacchetto la mia musica per chi mi sta a sentire e poi torno via. Giro per librerie, per negozi di dischi in vinile, e sulla strada del ritorno compro un etto di pane, un pacco di caffè e qualche verdura che scalderò nel microonde. Lo sai? Sono diventato vegetariano. Non solo perché la carne in fondo non mi è mai piaciuta ma perché gli animali mi fanno tenerezza: saresti d'accordo con me, forse lo saremmo diventati insieme. Se non è tardi, se il tempo è mite, faccio un paio di giri dell'anello, di buona lena. Il contapassi del cellulare dice che per stare in forma devo arrivare a seimila al giorno. Qualche volta ce ne escono anche di più. Penso a tua figlia, che quella volta sulla panchina non era nemmeno nelle intenzioni di dio e ora sta per laurearsi. Penso a quello che scriverò, di tutta questa nostalgia. Ragiono sulla mia irrequietezza, sulle stagioni scontente, sulla fortuna che ho ad avere tanti amici in gamba attorno, e qualche amica fantastica. Mi pare di essere come quei pionieri dell'Ottocento che attraversavano il mare d'erba dell'Oregon sulle loro carovane da combattimento. Sempre avanti, nonostante i fuorilegge, gli indiani e il vaiolo, in agguato dietro ogni cespuglio.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

Quanto amore, Francesco. Quanto è ingiusta la vita, a volte.
RispondiEliminaSì lo è, ma immagino ci saranno dei risarcimenti, prima o poi. Grazie Stefania, ciao.
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