Facciamo finta che la notte stanotte non sia finita, che alle sei non sia spuntata l'alba e che tutti, in tutto il mondo, compatibilmente coi fusi orari, abbiano continuato beati a dormire. Magari dopo un piccolo soprassalto, come a dire Ma non dobbiamo alzarci? ma poi han visto che fuori era buio e si son girati dall'altra parte, ricominciando a ronfare. E facciamo finta che il giorno che non è nato fosse necessario per raffreddare i bollenti spiriti, svuotare i cuori colmi di rabbia, abbassare la pressione arteriosa, disarmare i violenti, dissuadere gli stati-canaglia da nuove invasioni. Durante tutto quel giorno che giorno non è, lungo il cammino di tutte quelle ore oscure, gli uomini hanno imparato la temperanza, hanno eletto la lentezza dei gesti, dei viaggi in macchina, delle conversazioni, dei pensieri, al posto della velocità e dello sfreno. E l'hanno imparato per l'appunto dormendo, quasi in modo subliminale, come qualcuno da universitario faceva con i libri di seicento pagine sparati nelle orecchie in un pomeriggio. Al risveglio, dopo il grande sonno di ventiquattr'ore, ci siamo misurati le smanie, le ambizioni, e ci siamo accorti che s'erano accorciate, indebolite, e così, dopo un'abbondante colazione alla quale abbiam dedicato tutto il tempo necessario, siamo scesi in strada e per i giardini, siam saliti sugli autobus e sui grattacieli e a un certo punto le divinità cui sacrifichiamo la vita sono apparse nella loro vera natura: paccottiglia. Ci siamo meravigliati, congratulati l'un l'altro, rifocillati di parole piane, comprensive, ci siamo perdonati gli sgarbi, abbiam deciso di non guardare più i talk show e di partire per il mare. Non tutti insieme, che non ci saremmo entrati, sulla spiaggia, ma a scaglioni, centomila persone alla settimana, e alla fine abbiamo inventato la Giornata Mondiale del Sonno, da celebrare una volta all'anno in tutto il pianeta. Sei miliardi di persone che dormono contemporaneamente per un giorno e una notte interi. Chi se lo immaginava che bastava riposare un po' di più per cambiare il mondo?
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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