Passa ai contenuti principali

Il grande sonno

Facciamo finta che la notte stanotte non sia finita, che alle sei non sia spuntata l'alba e che tutti, in tutto il mondo, compatibilmente coi fusi orari, abbiano continuato beati a dormire. Magari dopo un piccolo soprassalto, come a dire Ma non dobbiamo alzarci? ma poi han visto che fuori era buio e si son girati dall'altra parte, ricominciando a ronfare. E facciamo finta che il giorno che non è nato fosse necessario per raffreddare i bollenti spiriti, svuotare i cuori colmi di rabbia, abbassare la pressione arteriosa, disarmare i violenti, dissuadere gli stati-canaglia da nuove invasioni. Durante tutto quel giorno che giorno non è, lungo il cammino di tutte quelle ore oscure, gli uomini hanno imparato la temperanza, hanno eletto la lentezza dei gesti, dei viaggi in macchina, delle conversazioni, dei pensieri, al posto della velocità e dello sfreno. E l'hanno imparato per l'appunto dormendo, quasi in modo subliminale, come qualcuno da universitario faceva con i libri di seicento pagine sparati nelle orecchie in un pomeriggio. Al risveglio, dopo il grande sonno di ventiquattr'ore, ci siamo misurati le smanie, le ambizioni, e ci siamo accorti che s'erano accorciate, indebolite, e così, dopo un'abbondante colazione alla quale abbiam dedicato tutto il tempo necessario, siamo scesi in strada e per i giardini, siam saliti sugli autobus e sui grattacieli e a un certo punto le divinità cui sacrifichiamo la vita sono apparse nella loro vera natura: paccottiglia. Ci siamo meravigliati, congratulati l'un l'altro, rifocillati di parole piane, comprensive, ci siamo perdonati gli sgarbi, abbiam deciso di non guardare più i talk show e di partire per il mare. Non tutti insieme, che non ci saremmo entrati, sulla spiaggia, ma a scaglioni, centomila persone alla settimana, e alla fine abbiamo inventato la Giornata Mondiale del Sonno, da celebrare una volta all'anno in tutto il pianeta. Sei miliardi di persone che dormono contemporaneamente per un giorno e una notte interi. Chi se lo immaginava che bastava riposare un po' di più per cambiare il mondo?

Commenti

Post popolari in questo blog

Living room

Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...