Perché sei infelice? Perché non riesci a starci dentro, alla felicità, per più di dieci minuti? Io credo che dovresti ragionare su queste domande, così intime e così terribili. Se vuoi ti do una mano, molti dicono che ci somigliamo, sarà più facile per me che per un altro suggerirti una via d'uscita. Sei infelice nonostante tu faccia tutti i giorni quello che ti piace. Pensa se non fosse successo, che avessi quei piccoli talenti che alcuni ti riconoscono: parlare in radio con disinvoltura, scrivere con leggiadria, tenere avvinti venticinque ragazzi con un poeta che per la prima volta non sembra loro inutile. Pensa se non avessi quei piccoli talenti ma fossi divorato dal desiderio di averli, e ogni tua invenzione passasse inosservata, o peggio fosse evitata come la peste. Questa attenzione che ti dedicano, non è già motivo di felicità? Le parole - lusinghiere - che ti regalano a corredo delle tue, non sono una buona ragione per essere felici? E quando hai viaggiato per l'Italia portando i tuoi libriccini in un sacco di posti che non avevi mai visto, non è stata un'emozione formidabile? Ecco, per tutte queste ragioni, non puoi essere infelice, o meglio sì, ma solo di tanto in tanto. Fai una cosa, fai cambiar di posto felicità e infelicità, di modo che la seconda arrivi raramente, come adesso la prima, e la prima sia al contrario uno stato d'animo costante. Sì lo so, tua moglie si è ammalata e per quello hai cominciato a scrivere, tredici anni fa: per esser rinvigorito dalla fantasia tra una chemio e un trapianto di midollo. Certo che il prezzo da pagare è stato esorbitante, nessuno dice il contrario. Non puoi cambiare quello che è successo però potevi pure non raccontarlo e invece lo hai fatto nei minimi dettagli. Inventando e abbellendo qua e là con la tua prosa dolciastra, e saltando certe atrocità che son rimaste lì ad aspettare il loro turno. Per esempio ti ricordi quel pomeriggio d'agosto al pronto soccorso, con Alessandra che urlava dal dolore e i medici che la visitavano fatui, e che parlavano di dove andare a cena e del doppio a tennis dell'indomani? Io c'ero, ero lì con te, sulla stessa sedia di spine fuori dell'ambulatorio. Ma sicuro che te ne ricordi, e forse è venuto il momento di scriverne. Oppure scrivi che tua moglie l'hai sognata stanotte, e ti diceva: "Devo darti una bella notizia" e che ti sei svegliato prima che potesse farlo. E come succede ogni volta, davanti ai tuoi racconti tristi vedrai come l'infelicità, per paradosso, se la darà a gambe.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
Il tuo stile di scrittura è accattivante. Grazie per aver reso l'argomento così coinvolgente!
RispondiEliminaGrazie a te per l'attenzione, un caro saluto!
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