Passa ai contenuti principali

In trattoria


Quando sono in viaggio - per lavoro e divertimento, perché le due cose coincidono - capita che vada a mangiare in certe trattorie che hanno i tavoli incastrati in una nicchia del muro, davanti a una finestra. Mi piace tenerle a mente, ricordarmi come ci si arriva,  e se prenoto specifico che vorrei proprio quel tavolo lì, dove cade una luce allegra e da dove posso guardare la strada, e la gente che passa. L'ultima volta è stato a Foligno, un posto grazioso del centro storico, colle caricature di attori morti alle pareti e i camerieri dalla cortesia non esibita. Brando e la Monroe, in disegni colorati, dimentichi d'esser passati a miglior vita, m'hanno guardato mangiare con calma un antipasto di stracciatella con pomodorini e pistacchio e un primo di cappellotti al brodetto di rape con scaglie di mandorle e tartufo. Al ragazzo pakistano che mi ha consigliato il vino ho fatto notare che non lo volevo freddo di frigo, ma lui ha fatto di testa sua e me lo ha servito ghiacciato. Tenendo il bicchiere in mano per scaldarlo un po' mi sono guardato intorno: la sala era piena, nonostante fossero quasi le tre. Famiglie appena nate, coi figli piccoli, sembravano felici, ignare delle prove terribili che le attendono. Un uomo canuto ascoltava triste le giustificazioni di sua moglie, per una qualche colpa evidentemente non così veniale. Una donna che somigliava a mia madre mangiava un pasticcio di coniglio, e alla fine ha ordinato una bottiglia di cognac. Li ho guardati tutti, uno a uno, quegli sconosciuti che il caso aveva voluto far pranzare con me. Senza farmi accorgere, ma con pudica insistenza, perché m'ero stancato di spiar quelli di fuori. Li ho immaginati nelle loro case, alle prese con le bugie, i sotterfugi cui tutti ricorriamo per mandar liscia la vita. Li ho pensati preda di un sollievo passeggero, di un colpo di vento, dentro questa vita arrampicata, un soprappensiero che li colga stupiti, e grati. E alla fine mi son convinto che le loro paure sono le stesse che ho io, e mentre pagavo il conto m'è salito un desiderio: che non smettiamo mai, tutti quanti siamo, di pensarci all'avventura sulla stessa barca. 

Commenti

Post popolari in questo blog

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...

Ragazze di un altro tempo

La collina del Censo è l'ideale per stare da solo. Ci salgo di domenica ma anche nei feriali, calzo scarpe comode e con la musica giusta nelle orecchie percorro tre volte, talora quattro, l'anello che la cinge per tutta la lunghezza. Ieri la mia volontà e la mia rappresentazione coincidevano, non succede spesso, e così con un solo gesto ho assecondato entrambe. Là in mezzo al sentiero, tra due file alte di alberi giovani e i rumori del bosco smosso dagli animali, mi sono riappacificato. A casa mi aspettavano silenzio e pensieri leggeri, buoni propositi per l'avvenire e un paio di sogni che ho lasciato qui a irrobustirsi, e che riprendo a sfamare ogni volta che mi arrampico fino a questa altezza. Mentre cenavo in radura, il cielo si è illuminato. Sopra quella gobba d'Appennino si è tinto di un celeste insincero: nessun cielo può riflettere tanta innocenza se guarda alle atrocità degli uomini. Ciononostante gli ho creduto, mi sono lasciato ingannare. A un tratto il vento,...