Quando sono in viaggio - per lavoro e divertimento, perché le due cose coincidono - capita che vada a mangiare in certe trattorie che hanno i tavoli incastrati in una nicchia del muro, davanti a una finestra. Mi piace tenerle a mente, ricordarmi come ci si arriva, e se prenoto specifico che vorrei proprio quel tavolo lì, dove cade una luce allegra e da dove posso guardare la strada, e la gente che passa. L'ultima volta è stato a Foligno, un posto grazioso del centro storico, colle caricature di attori morti alle pareti e i camerieri dalla cortesia non esibita. Brando e la Monroe, in disegni colorati, dimentichi d'esser passati a miglior vita, m'hanno guardato mangiare con calma un antipasto di stracciatella con pomodorini e pistacchio e un primo di cappellotti al brodetto di rape con scaglie di mandorle e tartufo. Al ragazzo pakistano che mi ha consigliato il vino ho fatto notare che non lo volevo freddo di frigo, ma lui ha fatto di testa sua e me lo ha servito ghiacciato. Tenendo il bicchiere in mano per scaldarlo un po' mi sono guardato intorno: la sala era piena, nonostante fossero quasi le tre. Famiglie appena nate, coi figli piccoli, sembravano felici, ignare delle prove terribili che le attendono. Un uomo canuto ascoltava triste le giustificazioni di sua moglie, per una qualche colpa evidentemente non così veniale. Una donna che somigliava a mia madre mangiava un pasticcio di coniglio, e alla fine ha ordinato una bottiglia di cognac. Li ho guardati tutti, uno a uno, quegli sconosciuti che il caso aveva voluto far pranzare con me. Senza farmi accorgere, ma con pudica insistenza, perché m'ero stancato di spiar quelli di fuori. Li ho immaginati nelle loro case, alle prese con le bugie, i sotterfugi cui tutti ricorriamo per mandar liscia la vita. Li ho pensati preda di un sollievo passeggero, di un colpo di vento, dentro questa vita arrampicata, un soprappensiero che li colga stupiti, e grati. E alla fine mi son convinto che le loro paure sono le stesse che ho io, e mentre pagavo il conto m'è salito un desiderio: che non smettiamo mai, tutti quanti siamo, di pensarci all'avventura sulla stessa barca.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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