"Chicchio, c'è il sole", disse Gastone una mattina di marzo limpida e oscena. Chicchio ero io e avevo due padri: uno taciturno e scuro, uno più vecchio e leggero, responsabile dei miei talenti, della mia curiosità. Pietro viveva dentro certi confini angusti e pur non amandoli la tentazione a cambiare era meno ostinata dell'abitudine: le sue lune credo derivassero da questa impotenza. Gastone al contrario mi mostrò per tutta la fanciullezza gli strumenti dell'arte, e quando io da grande li adottai non mi accorsi che usarli m'avrebbe complicato la realtà, rendendola troppo attraente per il tempo stretto che un uomo ha a disposizione. E insomma quella mattina, che il cielo s'era spalancato d'azzurro dopo una settimana di temporali, Gastone promise che m'avrebbe fatto usare la sua telecamera, a patto che la legassi al polso e seguissi con scrupolo tutte le sue indicazioni. L'istinto ci condusse all'acropoli: da lì nelle giornate limpide lo sguardo arriva fino alla piana di fabbriche e campi, case coloniche e officine di carrozzieri, e ancora dopo tocca la periferia della città non mia, tutta galleggiante nella bruma. Decappottammo la Dyane e, afferrata la telecamera con tutta la forza, salii in piedi sul sedile, con le braccia e la testa di fuori, mentre Gastone affrontava pigramente i tornanti in discesa. Fu la prima volta che guardai il mondo col desiderio di raccontarlo, e non sapevo che sarebbe stato come in tribunale: una condanna a vita, perché dopo quella mattina non c'è più stato sguardo senza narrazione. Pare sia il destino dei creativi, gente strana che qualunque cosa faccia - cuocere un uovo, andare al mare la domenica - sta male se non può anche ricamarci su, e romanzarla secondo estro e necessità. Ripresi cortili e vitigni storti, quel giorno, muri di cinta e gente a spasso, e venne un filmino mosso che pure divertì Gastone, dopo che l'ebbe montato e quando lo fece girare a imposte chiuse nel proiettore. Alla fine mi disse "Magari lavorerai nel cinema". E invece no: son diventato un piccolo scrittore. Ma la poetica della tenerezza è la stessa che mi ha trasmesso lui.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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