Poco fa, mentre saliva il caffè, dopo il consueto mattino ingombro di cose e il sonno torpido del pomeriggio e intanto che la sera ingrigiva i colori del parco, è arrivata la mia amica balorda, e allora ho pescato un cracker da un pacchetto nuovo, per disorientarla con un gesto senz'arte. Lei si nutre delle parole che scrivo, ci si siede proprio in mezzo, le innerva del suo fatalismo da quattro soldi e per quel veleno vorrebbe ch'io maledicessi la vita. Così ingannandola e sul punto di inventare nuovi innocenti su cui infierire, ho spezzato quello snack in due lungo la linea tratteggiata. Le briciole son volate sul davanzale, e da lì per un colpo di vento, fino al piano di sotto, sul bucato steso in terrazzo da Caterina, che se vuole farà come Pollicino con le molliche: le seguirà a ritroso e busserà alla mia porta. Nel frattempo quel frantumare m'ha smosso i pensieri, che da qualche giorno erano un lago calmo, melmoso. Ho ricordato che anch'io sono stato cracker, e che m'hanno spezzato a metà. Una volta ero intero, e quand'ero intero la vita era una sola; poi son diventate due, così lontane e perse da non parlarsi, come due persone differenti che non si sono mai incontrate. Ero un ragazzo abitudinario, laggiù, dentro certi anni dormienti; ora sono un uomo irrequieto, dentro questi altri di veglia. Non scrivevo ancora, non con questa ostinazione, leggevo di malavoglia e avevo tentazioni d'empietà, tanto la famiglia mi stava stretta. Le speranze erano tutte uguali e a stento riconoscevo il cambio delle stagioni: di quel tempo non ho memoria se non del suo insieme. Del suo avvenire - che in percentuale spero piccina è già passato - conservo al contrario nitidi fermo immagine, episodi fantastici, e di ognuno saprei dire l'anno il posto e l'ora. Faccio fatica a credere che sia solo perché sto invecchiando: forse è perché, al contrario, ringiovanendo, mi si addice più la vita di adesso, efferata, che quella d'abitudine. E così sia.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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