Dove va tutta la nostalgia? C'è un container, un deposito su una collina, un'arca dopo che gli animali sono scesi, una cassetta di sicurezza nelle banche dei Rothschild? E tutta la tenerezza? Quella di quando è nata mia figlia, quella del primo amore, quella delle case vuote che un tempo furono allegre. E dove va tutto lo stupore, ogni grano dell'amore pregato come un rosario, ogni disastro presagito - e tutte le cose lasciate in sospeso, dove vanno? Io non vorrei che si dissolvessero come me, quando verrà il giorno. Io vorrei sopravvivessero ai miei giorni, fossero tratti in salvo, tutti quei compagni di viaggio innocenti che ho evocato senza farlo apposta. Guardo questa abitudine straziante che è la vita e mi sento in debito per esser stato felice - seppur a lampi. E in colpa, per tutta la figliolanza che resterà orfana, dio non voglia. Per cui ecco, pensavo: c'è qualcuno che vuole adottare i miei sentimenti? Non subito, beninteso, anzi: fatemi toccare ferro. Tra cinquant'anni, dico, tra un mare di tempo. C'è qualcuno tra voi che si prenderebbe in carico questi fogli, queste carezze date al dolore, questi libri scritti con fierezza, le parole al vento, la saggezza fortuita, l'inattendibilità dei giudizi, tutti i viaggi al termine della notte? Sono scudieri vanitosi, un poco. Son talmente pieni di bellezza che ne fanno vanto, ma in silenzio. Per il resto, vi giuro che sono affettuosi; e quanto alla fedeltà, potete scommetterci qualunque somma. Sono miei e saranno vostri, di chi li vorrà, e vi tratteranno come trattano me: con nervosa devozione. Quando ho cominciato ad accorgermi che la vita ha questa controindicazione - è commovente - loro han cominciato ad apparire, e adesso siamo una famiglia numerosa. Iniziò un giorno che una donna, dentro un romanzo, mi disse Canta, e se non c'è nessuno che ti ascolta sali sul tetto e suona il violino: per i pianeti che passano di notte. E così ho fatto, incosciente che sono stato.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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