C'era un uomo per la strada, stamattina, che non faceva niente per nascondere la sua irrequietezza. Vagolava tra le case, suonava citofoni, interrogava chi rispondeva. Pure, fermava la gente per la strada - una ragazza prosperosa gli ha dato corda e quello non la finiva più di farle far tardi, ovunque stesse andando. Dicono sia matto, chi lo conosce e chi non lo conosce, perché giurano, questi ultimi, che non ci vuole una scienza per accorgersene. Un ambulante che vende biancheria intima mi ha detto che è pazzia di famiglia, che suo padre era strano e suo nonno è morto in manicomio - quando ancora esistevano. "E anche il fratello non è che stia tanto bene; è sposato, sì, ci ha pure due figli, il fratello, ma è sbalestrato, strappa i manifesti funebri dai muri e se li porta a casa". "Cioè li colleziona?" ho chiesto incautamente. "Io che ci fa non lo so - m'ha risposto stizzito - ma c'è un sacco di padri di famiglia che l'han visto compiere quel sacrilegio". Così, curioso come una scimmia, sono rimasto nei paraggi, e dopo la ragazza quel tipo s'è attaccato a un muratore, a un'infermiera stracca del turno di notte, a un giocatore di ramino spuntato da una bisca e a un noto faccendiere. A tutti ripeteva la stessa domanda, perché a un certo punto l'ho sentita, ero vicino: "Ma tu ne hai di più? Dì, ne hai di più?" e quelli lo scansavano, l'infermiera perfino spaventata, gli altri, gli uomini, presumendo d'esser sani di mente, e perciò in salvo, non sommersi, non ancora, da vite inspiegabili. Alla fine mi ha visto: io non ho fatto nulla per evitarlo, volevo che facesse giocare anche me, sentirmi parte di tanta eccentricità. "Tu ne hai di più, ammettilo!" ha urlato, guardandomi fisso, e impalcando un sorriso bambino. "Sì, sì, ne ho quante ne vuoi - ho risposto giulivo, - ne ho così tante che non puoi immaginare". Sembravamo due sciroccati nel cortile di un ospedale psichiatrico. "E allora mettile, mettile! E che dio ti benedica!" e a furia di punti esclamativi se n'è andato via, su per un vicolo agro, stortignaccolo nel passo, lasciandomi là, in mezzo alla strada, a ragionare sulla schizofrenia dei luoghi comuni.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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