Dalla finestra del salotto, morto sul divano dopo il sonno schiantato del pomeriggio, vedo la strada, e sulla strada macchine che vanno senza pietà, viaggiano cercando una direzione, in frenesia accorciano il tempo tra un appuntamento e l'altro, che invece andrebbe dilatato. Il freddo mi ha preso i piedi, poi è salito intorpidendomi le gambe e la schiena - il primo freddo di un autunno incredibilmente cerimonioso. Mia figlia è andata a dar da mangiare ai gatti ma prima abbiamo studiato assieme, come si conviene che facciano padri e figli. Io non la so la letteratura spagnola, però so districarmi tra le parole pesanti dei libri, e quel po' di mestiere aiuta a cavar dai guai chi è alle prime armi. Nel tratto di vita che non è più torpore e non è ancora luce capita che arrivi la paura - degli anni che s'accorciano, del destino che chissà se esiste, dei gesti non compiuti su cui grava un rammarico muto - e arrivano idee grandiose cui dare scrittura, se solo me ne ricordassi anche l'anima, appena sveglio del tutto, oltre al sospetto. Oppure, con un piede dentro al sonno e uno fuori, rivedo le imprese titaniche che ho compiuto, e me ne meraviglio. Tutte le volte che ho avuto a che fare con una faccenda apparentemente più grande delle mie forze ho pensato che mai in mille anni l'avrei spuntata. Arrivare alla fine del liceo, laurearmi, uscire indenne dal servizio militare, sposarmi, parlare dentro a un microfono senza farmela addosso, esser padre, sedermi in cattedra, sopravvivere alla vedovanza, scrivere un romanzo intero, poi scriverne un secondo, poi scriverne un terzo, traslocare undici volte - sono state tutte prove di spaventosa fatica, tutte inaspettatamente vinte, e senza scorciatoie. Finché un giorno mi sono reso conto che non erano titaniche per niente, che prove più toste delle mie capitano a un sacco di gente e che tanti le superano persino più in scioltezza. Insomma, tutto questo riconoscimento di un percorso, che pare si chiami esperienza, mi ha aiutato a non aver paura delle montagne: la cima è sempre raggiungibile e una volta lassù, il resto è tutta discesa.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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