Appena ieri ho incontrato all'anagrafe un uomo panciuto e bassino, col riporto riottoso e l'aria pudibonda: alcuni lo scansavano, gli dicevano di farsi da parte, che là in mezzo impicciava. Non ho capito cosa stesse a combinare: non era in fila, non pareva dover sbrigare una pratica. Quando sono uscito, risolta la mia, era ancora lì e gli impiegati mi han dato l'impressione di conoscerlo, epperò sbuffavano, e lui era come sulle spine: sembrava aspettare il permesso per fare qualcosa che gli scappava quasi dalle mani, tanta era la smania. Stamattina, per uno di quei giochi lievi e ostinati che ogni tanto il caso apparecchia alle nostre spalle, l'ho ritrovato in panetteria: non era lì a far la spesa, se ne stava in un angolo a fissare irrequieto la parete di fronte, incurante della gente che si accalcava, di uno che faceva il furbo e voleva passare avanti a tutti. Ho preso una frusta integrale e un pezzo di crostata e me ne sono andato per i fatti miei, a cercare un libro con un Paperino lisergico che sembra disegnato da Andrea Pazienza (e di cui presto vi racconterò) e poi - dato che il fornaio è mio amico - son tornato indietro e gli ho chiesto spiegazioni. "Senti, ma chi era quel tipo che stava lì a fissare il muro?" - gli ho domandato, e lui "Cosa ti fa pensare che lo conosca?". Gli ho risposto che avevo quella impressione e allora lui mi ha raccontato una storia buffa. Ha detto che alla fine di ogni mese il nostro uomo fa il giro degli uffici, dei negozi, delle officine; tutti ormai ce l'hanno in confidenza, qualcuno lo tratta male, lo deride, parecchi lo assecondano. "Per farla breve - mi ha rivelato il panettiere, - quel tipo va in giro a strappare i fogli ai calendari. E lo fa prima che il mese sia passato interamente: in un certo senso anticipa il tempo". Ho fatto tanto d'occhi e lui mi ha dato i dettagli. Ha aggiunto che è una specie di mania, che è in cura da qualche psicologo o che so io e che ha in tasca un certificato medico che lo autorizza a compiere quel gesto. O meglio: che raccomanda ai proprietari di negozi, officine, studi notarili, di tollerare la stramberia. Quello si presenta, aspetta che gli facciano un cenno, o che di gente attorno ce ne sia di meno, e cambia i mesi dei calendari: volta pagine, straccia agosto e fa entrare settembre, e poi tutto contento, come per un amore appagato, se ne esce da dove è entrato e continua altrove il suo gioco. Ne abbiamo riso, io e il mio amico fornaio; io per compiacerlo, perché lui rideva e non volevo essere da meno. Poi però a casa ci ho ripensato: io faccio lo stesso di quel signore lì. Siccome aspettare la vita mi stanca, la anticipo, le vado incontro, ne accorcio la costruzione: è pure la mia una fissa, una schizofrenia. Così facendo, le cose per cui val la pena stare al mondo me le godo incomplete, perché non son capace di sopportare la pazienza che pretendono dagli uomini per manifestarsi compiute e felici.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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