Passa ai contenuti principali

Chi va là?

Ogni tanto capita che mi svegli all'improvviso e accanto a me c'è qualcuno. Non è un incubo, non ha quella temerarietà; al contrario è una presenza timida, che intuisco seduta sulla sponda del letto, o in piedi in fondo alla camera. Una volta è un uomo in postura strana, di tre quarti, un'altra una ragazza smunta, un'altra ancora soltanto un volto supplichevole, una fiammella senza corpo. La percezione dura un attimo, un decimo di secondo, ma è netta: non è l'ombra di un nottambulo che passa fuori, né il rimasuglio di un sogno, ma qualcosa di differente, di misterioso. C'è qualcuno che ogni tanto entra in camera mia e mi guarda dormire. Ho cercato di indagare la cosa: prendendola a ridere, provando a convincermi che sono scherzi della fantasia, chiedendo un parere a chi - psicologi, sacerdoti - ne sa più di me sul confine fortificato tra visibile e invisibile, ma non ho mai avuto spiegazioni soddisfacenti. Ho avuto invece la prova discretamente definitiva dell'esistenza di zone inesplorate, che rendono più emozionante la vita. Non tutto quel che succede è spiegabile razionalmente e non tutte le spiegazioni razionali hanno la stessa forza: alcune di loro traballano, come i tavolini alle sedute spiritiche. Chissà cosa c'è talora alle nostre spalle, sopra le nostre teste, dietro gli angoli bui. Mi piacerebbe saperlo ma poi il divertimento finirebbe. E invece continua: con le lampadine che si accendono da sole, le coincidenze stupefacenti, le voci che ti chiamano dai cortili, ti affacci e sotto non c'è nessuno, i tonfi dei passi nelle soffitte vuote. Sono meraviglie, sono suggestioni, sono scherzi del nostro cervello quando è sotto pressione: va' a capirlo. Quel che so è che non ne ho paura, non mi squadernano: le piccole manifestazioni contrarie alla realtà, disturbatrici della ragione, potrebbero anche essere un'alternativa allegra, un piano d'indagine supplementare, una musica dissonante. In definitiva: una speranza.  

Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...