Arriva un'altra notte, è un vizio che non si vuol togliere, pagherei una fortuna per vivere in uno di quei posti dove hanno sei mesi ininterrotti di luce. La bandiera che sventola sul terrazzo è l'unico rumore che c'è, il mondo è il comizio di un muto. Arriva la notte e arriva la paura: che il respiro si secchi prima dell'alba, che l'incubo più scaltro mi convinca della sua realtà, e non valga la pena tornare indietro. Da ragazzino ero convinto che se dormivo il mondo smetteva di esistere, lo smontavano come fosse un circo perché aveva senso solo in relazione a me. Ora che sono grande (e meno egocentrico) quel sospetto s'è tuttavia rafforzato, il metallo da incandescente s'è fatto inerte. Così sottraggo più ore che posso al sonno, perché lo spettacolo non finisca tanto presto. E in quel tempo rubato ripasso la mia vita, l'amore che ho intorno, le persone rimaste e quelle che ho perso - che quando le ho perse è stato spesso per colpa mia. E poi metto in fila quello che ho fatto, e quello che ho fatto in relazione a quello che ho sperato, progettato, per capire se lo scarto è impietoso o posso ritenermi in pari. Parlo dei libri che ho scritto, di quella piccolissima, confortante popolarità che le mie parole possono vantare, e che credo sia meritata. E ripenso a chi mi detesta, a chi vende più di me - e ci vuol poco - e me lo rinfaccia ma scrive peggio, e la stranezza le arruffa le piume, la fa sragionare. Mi viene facile pensare alla scrittura come un alpinista pensa a una parete ripida: una scalata dove devi conquistare appiglio su appiglio, lettore su lettore. Uno sforzo feroce per avanzare d'un centimetro alla volta, mentre la roccia si sbriciola sotto le scarpe e rischi di precipitare. Un'impresa da tentare con tutta la concentrazione possibile, per arrivare ogni giorno a qualcuno che non ti conosce, e convincerlo a darti fiducia. Non c'è pubblicità, non c'è marketing, non c'è strategia aziendale che possa farlo al posto tuo. Sei tu che devi trovare le storie giuste: quelle che hanno i crismi dell'urgenza, della sincerità. E le giuste parole, né di moda né troppo antiche; né troppo levigate né poco. Sei tu, scrittore, che devi trovare quell'equilibrio miracoloso che non ti faccia pentire di voler star sveglio a tutti i costi, per ragionare su un mestiere così ingrato.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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