Mi mancava, andare a un concerto. E mi mancava non solo per il concerto in sé ma per il suo contorno, il prima e il dopo, tutta la bellezza dei gesti di preparazione e l'emotività dei commenti a caldo. Andare a un concerto è un fatto culturale che avevo - avevamo - dimenticato. Così quello dell'otto aprile è stato il live più formidabile della mia vita: Roberto Vecchioni ad Assisi. Iniziò tutto mesi fa, sarà stato gennaio. In un negozio di dischi ho scelto i posti con cura, ho pagato con la carta di credito, ho infilato i biglietti in un portadocumenti e una volta a casa li ho messi via, attento a ricordarmi dove, col sospetto che la vita stesse ricominciando a marciare. Questa cosa somiglia alla libertà ritrovata - devo aver pensato, e venerdì, quando ci siamo messi in viaggio, è stato come se gli anni della peste fossero solo un romanzo: una volta che chiudi il libro puoi tornare alla realtà. Bello è stato fare la E45 mentre scendeva la sera, mangiare una cosa al volo in una friggitoria, parcheggiare eccitati in uno sterrato e aspettare l'ora giusta per farsi avanti. Alla spicciolata son cominciate ad arrivare le macchine. Un uomo, uscendo da un bar lì nei pressi, mi ha chiesto che spettacolo fosse. Quando gliel'ho detto ha risposto Ah, io son qui tutti i giorni e non lo sapevo. Chissà se c'è ancora una poltrona libera. Alle otto e venti ci siamo incamminati a piedi verso l'ingresso, green pass controllato e via. Nel foyer tutti sembravano appena rinati, o grati per essere sopravvissuti alla tristezza. Qualcuno scherzava, qualcun altro cercava il gabinetto come fosse la prima volta che cercava un gabinetto in un teatro: con una piccola vergogna a contorno. Tutto insomma era nuovo, ma non nuovo come non fosse mai successo bensì nuovo come qualcosa che una volta c'era e avevamo perso, una riconquista. E alla fine credo che di emozioni così - collettive - si abbia un bisogno estremo, dopo la grande paura che ci siamo dovuti curare ognuno per conto proprio, e che pensavamo ci avrebbe uccisi.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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