A pochi minuti da casa mia, in una terra di mezzo che si chiama Tre Ponti, c'è un emporio gigante dove vendono di tutto, dai fermagli colorati alle astronavi. Ci faccio un salto quando mi piglia un istinto di superfluità, e anche se non mi serve niente esco sempre con una shopper satolla, e qualche quattrino in meno. Ieri per esempio, all'una e venti, mentre la gente normale scolava gli spaghetti, io me la spassavo leggero e incosciente tra le corsie debordanti, e ovunque era un Ooh di meraviglia, una pesca infantile. Ho trovato dei ganci per gli strofinacci a forma di muso di gatto che fanno l'allegria, una targhetta ovale color pastello, da appendere fuori della porta, su cui c'è scritto Casa d'artisti, e un secchio verde per l'immondizia col coperchio a bocca di rana. Pensate che li abbia lasciati dov'erano? Il bello di posti come questo è che mi sfiniscono e sfinendomi rimandano la tristezza a domani. Faccio su e giù per i reparti cento volte, m'innamoro di centrifughe e spremiagrumi per la foggia che hanno, mica perché mi servono, e ogni volta devo combattere la tentazione di comprare il mondo. Forse in un'altra vita ero una massaia con un debole per la bellezza domestica, e ora sono un uomo a cui è rimasto solo il sospetto, di quel talento. Ho anche la speranza che in negozi così prodighi si raffreddino le anime bellicose: incapricciarsi di una caffettiera blu, di una vetrofania, aiuta a capire la grazia minuta della realtà, il suo equilibrio precario. Ci porterei, come in gita scolastica, non solo tutti i ministri della terra ma pure quelli tra noi che armano le parole, spaventano gli altri, tramano, sobillano; e i pazzi che alzano le mani, fanno l'inferno nelle vite dei figli, delle compagne. Son convinto che tra quei traboccanti scaffali, persi per le corsie luminose, saprebbero finalmente accorgersi di quanto sia necessario, ogni giorno che dio manda in terra, conservare intatta la minuscola, frastagliata, meraviglia del mondo.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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