A pochi minuti da casa mia, in una terra di mezzo che si chiama Tre Ponti, c'è un emporio gigante dove vendono di tutto, dai fermagli colorati alle astronavi. Ci faccio un salto quando mi piglia un istinto di superfluità, e anche se non mi serve niente esco sempre con una shopper satolla, e qualche quattrino in meno. Ieri per esempio, all'una e venti, mentre la gente normale scolava gli spaghetti, io me la spassavo leggero e incosciente tra le corsie debordanti, e ovunque era un Ooh di meraviglia, una pesca infantile. Ho trovato dei ganci per gli strofinacci a forma di muso di gatto che fanno l'allegria, una targhetta ovale color pastello, da appendere fuori della porta, su cui c'è scritto Casa d'artisti, e un secchio verde per l'immondizia col coperchio a bocca di rana. Pensate che li abbia lasciati dov'erano? Il bello di posti come questo è che mi sfiniscono e sfinendomi rimandano la tristezza a domani. Faccio su e giù per i reparti cento volte, m'innamoro di centrifughe e spremiagrumi per la foggia che hanno, mica perché mi servono, e ogni volta devo combattere la tentazione di comprare il mondo. Forse in un'altra vita ero una massaia con un debole per la bellezza domestica, e ora sono un uomo a cui è rimasto solo il sospetto, di quel talento. Ho anche la speranza che in negozi così prodighi si raffreddino le anime bellicose: incapricciarsi di una caffettiera blu, di una vetrofania, aiuta a capire la grazia minuta della realtà, il suo equilibrio precario. Ci porterei, come in gita scolastica, non solo tutti i ministri della terra ma pure quelli tra noi che armano le parole, spaventano gli altri, tramano, sobillano; e i pazzi che alzano le mani, fanno l'inferno nelle vite dei figli, delle compagne. Son convinto che tra quei traboccanti scaffali, persi per le corsie luminose, saprebbero finalmente accorgersi di quanto sia necessario, ogni giorno che dio manda in terra, conservare intatta la minuscola, frastagliata, meraviglia del mondo.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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