Che cosa non è successo da quando vivo in questa casa? Che cosa potrà ancora succedere? Le cose si son sommate alle cose, le stagioni han ballato a passo di Giava, e con loro ho ballato anch'io, solitario e ostinato come Pepe Carvalho sotto la pioggia di Barcellona. Tu non esisti, tu non sei niente, non hai potere, le ho gridato di notte, quando era ancora fatiscente e già più nessuno a parte lei poteva sentirmi. Sì, forse i vicini, ma poi mi son scusato regalando loro i miei libri, a Natale. Qui la solitudine ha in effetti sembianze da romanzo, è tutta da scrivere. E se faccio tanto di ricordare quant'era affollata la mia vita altrove, il ricordo è una sedia elettrica difettosa: mi strazia senza uccidermi. Sono sicuro che un giorno di quarant'anni fa ho alzato gli occhi dalla strada e ho visto questa finestra dietro la quale ora mi nascondo, e ho scorto uno che si nascondeva, e ho pensato Chi sarà mai quel vecchio? Sembra stanco, sembra sconfitto, si è messo di tre quarti per non farsi vedere. C'è un percorso per tutti, dicono, una strada d'universo che è segnata, ma è scura, non si può che intuire, e così pure io - come tanti che conosco - non faccio che mettere i piedi dove capita, sperando di non precipitare. Qualche volta ho pregato, da che sono qua, chiedendo, irriconoscente, la grazia di chi getta la spugna, cosa di cui un poco mi vergogno. Forse avrei dovuto comprar casa in una città senza nome, senza tenerezza, senza il peso esagerato di questo scherzo di tempo che ho nelle rughe, nei capelli bianchi. Ci sono famiglie che hanno l'abitudine di frequentarsi, famiglie allargate, tenute assieme da leggi non scritte, più sacre dei codici. E poi - all'altro capo della corda - ci sono famiglie esplose, dove ognuno è solo e ognuno scola la pasta alla cottura che preferisce, con lo svantaggio però di non condividerla. Tutte e due le varianti, ho vissuto: da ragazzo la prima, ed era soffocante, a volte, festosa e faticosa. Adesso la seconda, facile, leggera, indipendente e implacabilmente triste, specie certe sere che la notte non viene mai.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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