Non sono ancora riuscito a capire, alla mia bella età, perché la scuola abbia così paura del divertimento. Della parola, che - fateci caso - in classe non si pronuncia quasi mai, e del concetto, che è combattuto con tutte le armi possibili: il grigiore, il tedio, l'ostinazione a fare le cose sempre allo stesso modo. Ho lottato contro questa triste pedagogia come ho potuto, con le mie poche forze, giocando in classe a far sembrare tutto come dovrebbe essere: leggero, perché solo con la leggerezza, che asseconda la natura umana, si arriva ad afferrare le idee più inabissate. Credo di aver capito anche un'altra cosa, nei miei anni in cattedra, e cioè che il professore amplia la conoscenza della propria materia insegnandola. Mi è capitato spesso, giuro. E ogni volta che - raccontando la poetica di uno scrittore, le contraddizioni di un periodo storico - ho intuito nel dialogo con la classe un superamento del limite, uno sconfinamento delle mie competenze, sono stato felice di aver scelto il mio mestiere. Faccio un esempio. Un giorno, in una quinta liceo, parlavamo di politica e di cultura, due entità astratte fino a un certo punto. Una ragazza saltò su e disse: "Mi piacerebbe lavorarci attorno, c'è qualcosa che vorrei mettere a fuoco. Mi dà il permesso, prof?". Immaginate, a quella proposta, la mia soddisfazione vanitosa, e andiamo avanti. Una settimana dopo la fanciulla entrò in classe con gli occhi che ridevano. Ammise di aver faticato più del previsto a trovare una relazione che restasse stabile nel tempo tra quei due ambiti così complessi della vita umana, ma che alla fine credeva di esserci riuscita, e voleva il mio parere. Aveva scritto una corposa relazione che mi riassunse più o meno in questo modo: "Allora, prof, per come le ho capite io, politica e cultura sono due rivali che nel corso della Storia si son spesso fatte la guerra. Non sempre, ma nella maggior parte dei casi sì. Se ci pensa, la politica è sempre uguale a se stessa, dai tempi antichi a oggi. Persegue il potere, è conservatrice anche quando mostra di non esserlo perché tende al mantenimento dei privilegi che essa stessa garantisce, cambia nell'aspetto esteriore e nei nomi che dà alle forme di governo ma nella sostanza è la medesima da tremila anni. La cultura invece mette continuamente in discussione quel che scopre, sperimenta nuovi linguaggi, apre prospettive inedite, sposta più in là gli orizzonti, tendendo all'infinito". Ero tutto orecchi a quel punto, e con me buona parte della classe. Lei, rendendosene conto, proseguì tutta orgogliosa: "Ne deriva che la politica è nemica dell'evoluzione umana perché è dispotica, la boicotta, e la cultura al contrario, che è democratica, la favorisce, perché il cambiamento, la mutazione, sono indispensabili alla civiltà". Infine, dando man forte alla mia teoria, disse che si era divertita assai a districare un poco quel garbuglio di idee, e cogliendo l'aspetto utilitaristico di tanta filosofia aggiunse: "A 'sto punto credo proprio di meritarmi un dieci pieno, prof. Lei che ne pensa?".
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
Notevole, la ragazza. Concordo sulla sua concezione della cultura; la sua visione della politica, che trae ahimè dalla realtà attuale e anche dalla storia, trascura a mio avviso quell'aspetto nobile della stessa, quel suo voler essere un mezzo per disegnare una società più giusta, al quale alcuni hanno dedicato la vita, a volte anche sacrificandola. Comunque, complimenti alla ragazza, e al prof, che ha saputo stimolare tali riflessioni.
RispondiEliminaGrazie Stefania. Indubbiamente la politica ha (avuto) anche dei momenti di nobiltà, soffocati però, temo, da troppo utilitarismo. L'uomo politico, nella sua medietà, deve ancora evolvere, credo, a una dimensione meno egoistica. Ci vorrà ancora un po' di tempo.
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