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Una domenica di gennaio

Se volessi essere nostalgico ancora una volta - e non vi prometto che sarà l'ultima - potrei parlarvi di una domenica del 1974. Non una domenica intesa come simbolo di tutte quelle abitate da ragazzino, una narrazione riassuntiva, un contenitore nel quale stipare le meraviglie di centinaia di giorni di festa, ma una domenica esatta, perfettamente recintabile nello steccato della memoria. Sono certo che il 27 gennaio del 1974 fosse per l'appunto domenica, ma non sono andato a controllare. Potete farlo voi per me - se vi viene il ticchio - e nel caso sbugiardarmi. Nel frattempo io ricordo. Ricordo che fu un giorno in cui l'inverno se n'era andato e a Narni s'era accomodata un'ardimentosa primavera, una rivoluzione breve, come fa chi rovescia un governo bieco e prima della vendetta del tiranno regala allegria al popolo. Pietro era allegro, Gastone era allegro, Rita cantava, Gino era meno burbero del solito. Decisero di andare a mangiar fuori. Probabilmente l'idea venne a Gastone, che era sempre per l'avventura, e quello stato di grazia contagiò gli altri, e nessuno avrebbe voluto un farmaco che li guarisse. Partirono le telefonate e con esse le convocazioni. Elio, che pur era laconico, disse "Passo in edicola a comprare La settimana enigmistica e arrivo",  e si presentò in Panama e completo avana, elegantissimo, con Mara e Mauro assieme, bendisposti. Edda si lavò i capelli in fretta e furia, poi li lavò alle figlie e tutte e tre agghindate aspettarono Giulio che tornava dalla caccia. Fu la prima e ultima volta che quella donna fece una cosa così temeraria, e il marito un po' sbrontolando posò in cucina i fagiani ammazzati, si cambiò e si annodò la cravatta. Le sue donne giurarono che nel farlo fischiettava. All'una meno dieci erano tutti sotto casa nostra, Ma hai prenotato?, chiesero a Gastone e lui Ho telefonato prima di scendere, è tutto a posto, perché Okay non si usava tanto, non ancora. La trattoria della città - prima che il centro storico di Narni si riempisse di locali dove oggi mangiare è una goduria - era tre chilometri buoni fuori delle mura. Aveva quell'odore di arrosto che ti resta addosso la sera, sul maglione, e il giorno dopo a scuola, e che per tutta la settimana ti si infila nel naso e tu non puoi farci niente. E quell'altro di tovaglie grezze, lavate col sapone di Marsiglia, con cui addobbavano i tavoli i ristoratori di quegli anni lì. E rintoccava come campanelle il tintinnio delle posate sui bicchieri a ogni comunione, alle cresime, tutte le volte che qualcuno prendeva la parola per evocare applausi e auguri. Io quel giorno che avevo sette anni guardai in faccia tutti, con la curiosità del piccolo narratore che sarei diventato e senza averne il sospetto. Mi parvero tutti felici, pur colle ansie che ognuno aveva, e le paure. Però sapevano metterle via, io credo, in certe occasioni, come si fa coi preziosi nelle casseforti degli alberghi. Le avevano da conto, come saggi consiglieri che fanno accorta la gente: per questo me la ricordo tra tutte, quella domenica di gennaio. Perché fu la prima volta che lo intuii. Le ansie e le paure invece adesso noi le disprezziamo, sono nemiche, le combattiamo. Che siano maledette, diciamo, e non sappiamo conviverci, scenderci a  patti. E allora per dispetto sono sempre con noi, e non ci lasciano liberi di santificare le feste.

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