La scorsa estate mi è capitato di viaggiare da solo, in macchina, di notte, da Carpi fino a casa. Col buio l'autostrada sembra l'oceano, i camion soffiano vapore come le balene, le altre macchine buttano luce allo stesso modo dei pesci di profondità e l'asfalto è più scuro a ogni svincolo: è acqua d'alto mare, inabissata. In capo a un centinaio di chilometri, dopo il caffè dell'autogrill, m'è presa la stessa paura che strinse Thor Heyerdahl in mezzo al Pacifico: non c'erano sponde, non c'era scampo, potevo solo andare avanti fino a impazzire. La esagero un po' per darvi l'idea dell'inquietudine che m'ha ghermito a un certo punto, verso le due del mattino. Così ho acceso la radio, saltabeccato un po' fra le stazioni, finché non ho trovato un insonne come me, dalla voce bella quasi quanto la mia, che non blaterava come un deficiente ma al contrario raccontava sapendo raccontare, con le giuste pause dico, quelle dove s'infila l'immaginazione di chi ascolta e delle parole fa teatro. Il collega sconosciuto parlava di canzoni popolari e canzoni colte, ed era un bel sentire. Un ragionamento che ho spesso fatto pure io, applicandolo ad altre espressioni di vitalità umana: film, quadri, scrittura. In sostanza suggeriva che le canzoni popolari, quelle che tutti conoscono, non sono necessariamente le migliori e che la notorietà non fa la bellezza. Provava poi a dimostrarlo con questo teorema: l'arte più nota è quella facile, comprensibile. Basica - ha usato questo aggettivo. Una canzone popolare comincia e finisce con se stessa, non ha rimandi, non rimbalza echi, non ti allarga gli orizzonti. Ha successo perché la maggior parte di noi tende ad accontentarsi, è poco curiosa di quel che succede altrove, in posti differenti dai cortili dove vive. Una canzone popolare, non costringendoti a nessuna ricerca, neutralizzando la paura del mare aperto e regalando la tranquillità di una vasca da bagno, consegna una piccola felicità compiuta. Una canzone colta - continuava - ti mette alla prova. Ti fa irrequieto, ti costringe al viaggio. Alza il culo dalla poltrona e infila la porta, ascoltatore! - ha esclamato verso la fine, prima di lanciare un pezzo dei Baustelle. Io lì ho avuto la conferma della mia insofferenza alle cose: non sono mai sazio, ho sempre fame e sete, c'è sempre un confine spostato più in là. Ecco perché, se mai dovessi rinascere, forse vorrei rinascere contentabile e pigro.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...
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