Una figura fa capolino la sera, dalla finestra al piano terra di una casa dove ho abitato ragazzo. Si intravede appena dal torace in su, è in ombra, non so chi sia. Sta lì per un po' mentre guardo la televisione, poi se ne va, passato qualche minuto, senza dire niente, senza un gesto. Ogni tanto torno in quella casa e torna anche lui, l'ospite misterioso. Magari viene tutte le sere, ma quando non ci sono trova solo una stanza vuota, un camino spento. Qualche volta mette le mani sulle tempie e si avvicina al vetro, come per guardare meglio. Un po' mi ha fatto paura, le prime volte. Ora mi ci sono abituato, lo aspetto - do per scontato che sia un uomo, ma le cose che diamo per scontate sono le più ingannevoli. È abitudinario, arriva sempre qualche minuto prima delle nove e si trattiene il tempo necessario a non diventar molesto, come avesse una suoneria che lo avverte quando comincia a dar fastidio. Dovremmo averlo tutti un orologio che trilla quando diventiamo irritanti. Una diavoleria giapponese, da polso, che ci lega i passi, ci frena le parole, ci scoraggia i gesti, se quei passi, quelle parole e quei gesti sono inopportuni. Io lo sono stato, inopportuno, in qualche stagione passata, manifestando scioccamente troppo amore, o troppo poco, ma spero, da vecchio, di aver imparato la misura. Spero di aver capito che il modo migliore per andar d'accordo è non insistere mai su nessuna questione, non imporre nessun desiderio. Ecco, il desiderio. È magnifico se è ben spartito - altrimenti diventa una forzatura. Un desiderio è una voglia divisa a metà fra due persone, come due parti uguali di una mela. Io credo che il mio visitatore notturno soddisfi, così facendo, il suo desiderio di osservare e il mio di essere osservato, una cosa che ricorda un paio di guanti smessi in fretta: uno è rovesciato e uno no. Non so perché lui mi osservi, ammesso che osservi me. Magari gli piace la tinteggiatura delle pareti, il macina caffè sopra il tavolo. Vorrebbe chiedermi quale ditta l'ha eseguita, dove l'ho comprato. A me piace che mi osservi - ammesso di nuovo che lo faccia - perché amo il mistero che un vizio del genere alimenta. E un narratore, in attesa di ispirazioni più feroci, va matto per queste fantasie.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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