La mia insonnia balbuziente fa e disfa le notti a suo piacimento, e come chi s'imbroglia con le parole, e ci inciampa e a parlare sembra che patisca, così il mio riposo è spezzato e in difetto, s'interrompe e ricomincia da capo, e non riesce a fare un discorso intero neanche a pagarlo. Il vantaggio è che tra uno stordimento e l'altro ho tempo per pensare e per desiderare. È soprattutto il desiderio che mi vien bene, perché si sposa col buio e col silenzio, e le nozze lo fanno temerario. I miei piedi sono già in fondo al letto, a quel punto, dove ho rimboccato con cura lenzuola e piumone. Da laggiù il tepore sale alle gambe, poi al ventre, al torace e alle spalle, fino a coprirmi tutto. Il piacere aumenta se riesco a immaginarmi altrove, non dentro la mia camera ma in aperta campagna, in una brughiera licantropa, dentro una caverna al colmo di una montagna severa. Lì mi godo la notte stellata che sta appesa al cielo, fredda e silente, e accendo un fuoco all'entrata, per tenere lontani i cinghiali. D'un tratto la fiamma imbizzarrisce, si drizza e illumina la parete porosa, dipinta di mani preistoriche. Le rughe della roccia sono solchi dove zampettano i ragni, il cellulare non prende, tutto è antico, tutto deve ancora accadere. La bisaccia immane delle cattiverie del mondo è all'avvenire, ogni perversione rimandata a un altro tempo: là in mezzo al nulla l'uomo è del tutto innocente. Mi stringo nei panni che ho, l'immaginazione fa il miracolo: mi sembra che la stalattite sopra di me, raffreddata, mi goccioli addosso. Che forza, la fantasia, che potere salvifico! E invece quella gocce mi arrivano in testa sul serio, e poi scivolano dispettose sulle tempie, fin nelle orecchie. Spezzo l'incanto, il sogno da sveglio si interrompe. Salto giù dal letto, resto imbrigliato nelle coltri, finisco lungo disteso. Sul soffitto una chiazza scura stilla acqua come una polla sorgiva: quello del piano di sopra ha riempito un'altra volta fino all'orlo la vasca da bagno. Non c'è niente da fare: appena uno si fa di immaginazione, c'è sempre qualcun altro che pretende di disintossicarlo con la realtà.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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