La mia insonnia balbuziente fa e disfa le notti a suo piacimento, e come chi s'imbroglia con le parole, e ci inciampa e a parlare sembra che patisca, così il mio riposo è spezzato e in difetto, s'interrompe e ricomincia da capo, e non riesce a fare un discorso intero neanche a pagarlo. Il vantaggio è che tra uno stordimento e l'altro ho tempo per pensare e per desiderare. È soprattutto il desiderio che mi vien bene, perché si sposa col buio e col silenzio, e le nozze lo fanno temerario. I miei piedi sono già in fondo al letto, a quel punto, dove ho rimboccato con cura lenzuola e piumone. Da laggiù il tepore sale alle gambe, poi al ventre, al torace e alle spalle, fino a coprirmi tutto. Il piacere aumenta se riesco a immaginarmi altrove, non dentro la mia camera ma in aperta campagna, in una brughiera licantropa, dentro una caverna al colmo di una montagna severa. Lì mi godo la notte stellata che sta appesa al cielo, fredda e silente, e accendo un fuoco all'entrata, per tenere lontani i cinghiali. D'un tratto la fiamma imbizzarrisce, si drizza e illumina la parete porosa, dipinta di mani preistoriche. Le rughe della roccia sono solchi dove zampettano i ragni, il cellulare non prende, tutto è antico, tutto deve ancora accadere. La bisaccia immane delle cattiverie del mondo è all'avvenire, ogni perversione rimandata a un altro tempo: là in mezzo al nulla l'uomo è del tutto innocente. Mi stringo nei panni che ho, l'immaginazione fa il miracolo: mi sembra che la stalattite sopra di me, raffreddata, mi goccioli addosso. Che forza, la fantasia, che potere salvifico! E invece quella gocce mi arrivano in testa sul serio, e poi scivolano dispettose sulle tempie, fin nelle orecchie. Spezzo l'incanto, il sogno da sveglio si interrompe. Salto giù dal letto, resto imbrigliato nelle coltri, finisco lungo disteso. Sul soffitto una chiazza scura stilla acqua come una polla sorgiva: quello del piano di sopra ha riempito un'altra volta fino all'orlo la vasca da bagno. Non c'è niente da fare: appena uno si fa di immaginazione, c'è sempre qualcun altro che pretende di disintossicarlo con la realtà.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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