Appena scatta il rosso il ragazzo al semaforo di via dello Stadio diventa giocoliere, lancia in aria i suoi tre cerchi e li prende al volo. Ha misurato il numero sui secondi che ha a disposizione, e qualche attimo prima che torni il verde sfila tra le auto rimediando piccole monete. Alla fine della questua si sposta di lato e fa un inchino. Davanti al tribunale i bar sono gremiti di avvocati in pausa. Parlano tra loro a voce alta, commentando una sentenza, un rinvio a giudizio. Anche chi come me passa distratto, lunare, non può fare a meno di intuire il gusto un poco cinico che provano a far quel mestiere, da che esiste. In piazza Ridolfi i consulenti finanziari di una banca costruita intorno a me mi corteggiano come volessero violarmi: sodomia triste del denaro. Preferisco i peccati allegri dell'erotismo. Al mercatino che affaccia davanti alle vetrine di Max Mara, azienda che ha un fatturato da un miliardo e mezzo l'anno, gli ambulanti vendono casacche multicolore a nove euro e novanta, mangiando - tra i banchi - panini col burro e le acciughe. Nella testa matta del narratore si mischiano miseria e nobiltà, i salti mortali di chi deve sbarcare il lunario da che è al mondo e l'insolenza di chi definisce gli altri clienti o consumatori. L'impasto che ne esce è materia da romanzo, perché dai contrasti nascono le storie, ma i romanzi sono quanto di più inutile abbia inventato l'essere umano, e quanto di più incontrollabile, magnifico e anarchico. Non cambiano la realtà, non raddrizzano i torti: sono il contrario della pedagogia, della legge. Superfluità e bellezza vanno perciò a braccetto e chi ne scrive è un privilegiato, pur se ha un talento piccino come il mio. Tutte le tiritere, tutte le rappresentazioni che si srotolano davanti ai miei occhi mentre vado a comprare i cachi dalla polpa soda, sono necessarie alla mia sopravvivenza ma sono anche cianfrusaglie, merce di poco valore. E siccome sono mie, mie di Francesco, ho pensato di anagrammarle, smontarle. Così ammettendo, spero che il titolo di questa narrazione suoni meno misterioso.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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